Canto rossonero dall’inferno

z_Montella

Ogni lingua deven tremando muta: ormai da troppo tempo guardare le nostre partite significa pensarla un po’ come Dante, che in realtà con queste parole raccontava di una splendida femmina che ammaliava tutti per la sua bellezza.

Di virtù e beltà questo Milan ne ha ben poche, o perlomeno pareva che ne avesse, è così si resta muti e attoniti davanti all’ennesimo naufragio. Parafrasando lo stesso sonetto dantesco, i rossoneri a inizio stagione parevano tanto gentili e onesti, forti di una coesione e una costanza che sopperivano alle lacune tecniche. Il tutto, a mio avviso, per grosso merito di Vincenzo Montella, primo manager campano della storia rossonera. Resistendo all’esordio col Torino, piegando due volte la Juventus portando a casa pure un trofeo, rimontando il Sassuolo, posizionandosi stabilmente al terzo posto in campionato, questo inizio di nuovo corso aveva fatto ben sperare. La nostra stagione si è invece spezzata in due come il Titanic e sembra che dopo il successo di Doha la spina sia stata abbandonata staccata e sciolta sul pavimento. C’era forse qualcuno soddisfatto dello scorso mercato, tralasciando ovviamente anche le sessioni precedenti? Ecco allora che non serve meravigliarsi se Sosa, Bertolacci, Pasalic (pur bravo a guizzare sui calci d’angolo) e Mati Fernandez non possano e non debbano essere graditi a una platea che ha visto ben altri architetti a metà campo in passato. Vado a memoria ma credo che undici espulsioni siano abbastanza per capire che la palla non l’abbiamo noi, che ci tocca rincorrere e che paghiamo qualche mancanza malizia e di esperienza, oltre all’inferiorità tecnica. Ciò che delude maggiormente però, è lo smarrimento completo di quella linfa e di quello spirito che avevano contraddistinto l’inizio montelliano, desolatamente colato a picco mano a mano al giro di boa. Eccezionalità era forse un Milan così in alto nei mesi estivo-autunnali, normalità è divenuto fluttuare tra il settimo e il decimo posto, ed è questa la più cocente sconfitta. A perdere non sono undici uomini ma l’intera storia di una società che, al netto di comprensibili annate negative, pare essersi abituata a perdere, accettando la sua nuova condizione di nobile decaduta. Dunque, archiviata la batosta romana sulla quale c’è ben poco da discorrere se non l’amara desolazione di continuare a non scendere praticamente in campo e giocare in undici dietro la linea della palla come una qualsiasi provinciale, proviamo a spezzare una lancia in favore di due colori così amati,  cercando di attendere una vera svolta al sopraggiungere dell’estate.

Quando qualche liquidita ci sarà, quando sarà chiara e definitiva la posizione di Montella che almeno per l’anno prossimo venturo confermerei (sei allenatori in circa tre anni non vi sono bastati? Sicuri di voler cambiare ancora?), quando qualcuno, seppur non si sappia ancora bene chi comandi sul serio, dovrà fare come Conte quando giunse alla corte juventina: gridare in faccia agli uomini che avrà dinnanzi che è arrivato il momento di smetterla di fare schifo.

Poveri noi: diavolo, inferno, gironi danteschi, tutto torna. Peccato però: tempo fa eravamo abituati a ben altri gironi.

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