Da Cristiano al Crotone

20070502 - MILANO - SPO - CALCIO: CHAMPIONS LEAGUE; MILAN - MANCHESTER UNITED. Il centrocampista del Milan, Gennaro Gattuso (D) discute con l'arbitro accanto all'attaccante del Manchester United, Cristiano Ronaldo, questa sera allo stadio Meazza di Milano nella semifinale di ritorno di Champions League. 
ANSA/DANIEL DAL ZENNARO/DAZ/DRN

Dieci anni esatti. Nel dilettarmi scrivendo di calcio, mi capita sovente di tirare in ballo la storia. Perché nella storia si trovano risposte.

Perché la storia serve quando butta male. Perché vivere di ricordi è triste, ma se c’è qualcosa di veramente incancellabile nella vita, sono proprio loro. Il due maggio del 2007 ero lassù in curva sud, alcuni di voi erano in una tribuna di un altro colore, altri a casa, davanti alla tv. Cristiano Ronaldo da Funchal, Madera, Portogallo, se la passò parecchio male quella sera. Provò qualche numero che non gli riuscì, imbarazzato e spaesato davanti a un combattente tozzo e indemoniato che rispondeva al nome di Rinogattuso. Si perché ormai era diventata un’unica parola. Due lustri dopo, scrivo queste righe immediatamente dopo all’opera di demolizione che il nostro, oggi, due maggio 2017, ha perpetrato sul povero Atletico Madrid, che trova negli odiati blancos un muro invalicabile ogni volta che parte per sogni europei. Che notte quella notte a San Siro. Tre a zero, i professori Kakà e Seedorf che tengono una lezione davanti all’ateneo pieno di studenti estasiati, l’acqua torrenziale, e segna pure Gilardino. Un Milan già in fase di declino, tenuto su dai suoi “mammasantissima” che oggi non ha più e che colpevolmente il club non è stato in grado di rimpiazzare così come in passato erano state rimpiazzate altre partenze eccellenti. Non voglio scadere nella retorica del “chissà quando torneremo così”, “che cosa siamo diventati” o “erano bei tempi”, seppur pensando fermamente tutte e tre le cose. Stasera voglio pensare positivo. Voglio riscoprire l’orgoglio di essere rossoneri e provare a sognare come quella sera, quando dovevamo ribaltare un 2-3 subito nel Lancashire e ognuno aveva in mano una plastificata bandierina rossonera da sventolare. Possono fare miracoli a volte, le bandierine plastificate. E così sogno Donnarumma intercettare i bomber multi culturali di domani, vedo Romagnoli ormai leader della difesa proseguire la trafila fortunata dei nostri difensori centrali, vedo un non meglio precisato centrocampista tracciare geometrie come faceva uno dal cognome un po’ così che poi abbiamo sbolognato alla Juventus, e un grande bomber trascinare la squadra verso una nuova era. Non sono in grado di dare nomi di questi ultimi due, perché ancora non li abbiamo.

Tutti questi martedì e mercoledì a spasso giocano brutti scherzi e se oggi ci appare lontana un’altra semifinale di Coppa dei Campioni, dobbiamo augurarci che chi ha preso in mano le briglie della questione, le schiaffeggi sul cavallo e lo faccia di nuovo iniziare a correre come un tempo. Il pareggio di Crotone mi è andato giù meglio delle parole di Montella del post-partita, in cui, a proposito di Coppe Europee, il buon Vincenzo ha definito gli ultimi quattro turni dei calabresi “da Champions”, tali da giustificare un pareggio incolore dove abbiamo avuto sì qualche opportunità ma senza colpo ferire. L’incapacità cronica di undici uomini che paiono più in calzamaglia che in maglietta e pantaloncini (e che maglietta, e che pantaloncini) di aggredire la partita sin da subito, come una volta si faceva sia con la Solbiatese che col Barcellona, e di non mettere la partita, una contesa poi abbastanza semplice data la pietosa lotta per (non) retrocedere dell’annata in corso, dalla propria parte dando un segnale forte, è credo il peggior lascito di quest’ultimo scorcio di stagione. Due punti fra Pescara, Empoli e Crotone sono un fatto cronico che dura da troppi anni, non tanto e non solo nel risultato finale quanto nello scialbo tentativo di volerci far credere che “i ragazzi hanno dato tutto”. Mi aspetterei nell’immediato futuro, con l’addio di Berlusconi, che gli allenatori che verranno, non più dunque influenzabili dalle stilettate travestite da “grande carisma” di un numero uno seppur un po’ troppo “invadente”, abbiano la sfrontatezza e il coraggio di dire le cose come stanno senza cataclismi ma lasciandosi perlomeno andare a un “così non va, abbiamo fatto male”. Non mi pare che il Crotone fosse da “Champions”, d’altronde era forse a malapena da serie A, così come non mi pareva che due anni fa fosse difficile imporsi in casa contro l’Empoli perché “non è facile giocare contro una squadra che gioca così bene”, Inzaghi dixit. Che buffo, erano gli altri a dire questo di noi un tempo. E in ogni caso non mi risulta che Cremonese, Foggia, Avellino o Ascoli dovessero essere, pur portatori di insidie, avversari “da temere” nell’epoca sacchiana. Venivano spazzati via, spesso, ci facevano uno sgambetto, raramente, ma di sicuro mai venivano temuti. Ecco il Milan di cui aspettiamo invano il ritorno come una madre seduta davanti alla porta di casa, che guarda l’orizzonte e sogna di veder spuntare il proprio figliol prodigo.

Ma arrestiamo per una volta il travaso di bile che ci accompagna dal post-Thiago Silva e forse anche da più indietro. Siamo ottimisti al calar della notte su questa travolgente impresa madrilena che ci vede ancora meri spettatori, rovesciati giù da un trono da cui mai pensavamo di abdicare. Sarà Torino a mettersi tra il Real e il bis continentale? Auguri Cristiano. A patto che conservi qualche munizione anche per Cardiff: sai, si narra arriverà un esercito bianconero.

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