Da Sassuolo a Sassuolo

Fabio Conte

Sembra una vita, un’era geologica e questo fa pensare quanto corra il calcio, ma sono passati solo due anni dal fatidico Sassuolo Milan 4-3.

Era una notte buia e nebbiosa ma che subito sembrava si mettesse bene per i colori rossoneri tanto che io mi augurai di non fare.. la fine dell’Inter. E sì, perché i nerazzurri di Mazzarri ad inizio stagione ne avevano piazzate 7 al neofito Sassuolo, per poi veleggiare in un’annata senza infamia e senza lode. Quella vittoria però fece magari illudere gl’interisti, e diede ai neroverdi l’immagine di squadra materasso: così poi non s’è stato.  Il Milan di Massimiliano Allegri, che spesso  inizia male le sue stagioni, sembrava in lento recupero, più lento dell’anno prima quando aveva dovuto ricostruire una squadra, anzi direi un ambiente, gestire la fine di una era. Veniva da un 2-2 contro la sorprendente Roma di Garcia, un derby perso immeritatamente e un 3-0 all’Atalanta. Come ricordavo Robinho e Balotelli, su assist di Cristante, pronti via fan due gol. A quel punto esplode il ciclone Berardi e nasce la sua sfida particolare versus il Milan, col suo spettacolare poker. Naturalmente i quattro gol sono stati il frutto anche degli schemi della squadra di Di Francesco ed infatti, a fine partita, tutti i giocatori del Sassuolo andarono ad abbracciare il loro allenatore in discussione, che sarebbe stato esonerato due giornate dopo. Quella sera invece Allegri venne esonerato subito, seduta stante, dalle parole della a.d. Barbara Berlusconi che dichiarò che non si poteva veder un Milan così. Eppure dopo la scheggia impazzita Berardi la partita mica era finita: palo di Montolivo, palo di Honda appena sbarcato in Italia si può dire, gol di Montolivo e traversa di Pazzini. Insomma avremmo voluto vedere domenica una reazione così.

Mi sono dilungato su questo ricordo nefasto e topico, per analizzarlo e confrontarlo col filtro del tempo. A leggerlo correttamente può chiarire e far capire a cosa possono portare decisioni emotive. Di Francesco cinque partite dopo l’esonero venne reintegrato e salvò il Sassuolo portandolo a trovare un sistema di gioco riconoscibile ed apprezzato; ricordiamo che ricevette la Panchina d’argento proprio durante il suo esonero. Oggi Max Allegri, uno scudetto una coppa Italia e una finale di Champions dopo aver lasciato il Milan, conquista la sua seconda Panchina d’Oro. Forse non era così male. Forse non è così male nemmeno Mihajlovic. Se il tecnico toscano dopo lo scudetto perso nel 2012 anche per sue colpe, visse e gestì  lo tsunami di cambiamento tecnico-generazionale portando la squadra rossonera al terzo posto, avrebbe dovuto avere la possibilità di rimanere a concludere il lavoro di quell’anno. anche per permettergli di finire quello che aveva impostato: l’ascesa di El Shaarawy – che mancò per infortunio -, la gestione di Balotelli –riuscita in un club solo a lui-, la crescita di giovani come Cristante e Saponara, solo per dire alcuni scenari possibili. Questo avrebbe permesso di scegliere con calma e criterio il successore giusto. Due anni dopo, tre allenatori dopo, da Sassuolo a Sassuolo, dopo momenti di sbandamento e di sconforto inusuali ed inverosimili al Milan, forse s’è trovato un tecnico che per carattere e decisione può impostare le basi, le fondamenta, per il futuro. Magari non diventerà l’allenatore che rimarrà nella storia ma voglio ricordare che il rivoluzionario Milan di Sacchi aveva le basi del possesso palla di Liedholm, ovviamente gli invincibili di Capello avevano come fondamento gli schemi di Sacchi, e  Ancelotti il fatto di aver assimilato qualcosa da tutti loro. In ogni caso oggi, al di là delle difficoltà oggettive, la squadra ha una sua struttura una sua personalità, e anche un suo gioco, magari non eccelso, ma identificabile e peculiare. Da un deserto emotivo e da una situazione depressiva oggi il Mister rossonero è riuscito ad approdare a quello che si richiedeva come minimo sindacale: di avere fiato, grinta  e passione. Una bella partita non fa primavera ma nemmeno una brutta sconfitta deve far tornare l’inverno. Un deciso passo indietro s’è fatto per l’impalpabilità della squadra dopo il gol subito. Ricompattarsi e trovare le giuste sostituzioni alle assenze, far rifiatare i più logori e arrivare là dove ad inizio anno le corazzate Juve Napoli e Roma si sapeva ci avrebbero relegato: il quarto posto. Questa è la meta che, se venisse benedetta da un trofeo, diventerebbe la via per poter tornare ad incamminarsi verso i livelli che competono la storia del Milan, con l’appoggio però di programmazione e giusti investimenti da parte della società. E un appoggio deciso alla linea tecnica per dare stabilità sicurezza all’ambiente. Ci vuole ancora un po’ di cemento per le fondamenta e Mihajlovic mi sembra l’uomo giusto, il giusto capomastro. Per le fantasie architettoniche aspetteremo fiduciosi, più avanti.

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