Il Milan che non ti aspetti accresce il rammarico

Fabio Conte 2

Era già tutto previsto, ma nessuna immaginava come. In realtà solo l’esito è stato quello che tutti si aspettavano, ma nessuno avrebbe immaginato una gara così convincente e tonica da parte del Milan.

Pressing, raddoppi, gioco come mai s’era visto quest’anno, specialmente con Brocchi in panchina. Con Mihajlovic qualche buona prestazione c’era stata: con la Fiorentina, con l’Inter partite vincenti nel girone di ritorno, contro la Roma all’andata pareggiando, e anche con i bianconeri, ma con la Juve si era perso. Ah già ma si è perso anche l’altra sera, partita, trofeo e qualificazione per l’Europa. Mica male per una serata sola. Ovviamente questa serata è il frutto di un anno di –duro?- lavoro, figlio di un oblio di tre stagioni. Anche per questo lo stato d’animo dei milanisti, presenti allo stadio, o spettatori televisivi, galleggia tra il  rammarico di quello che poteva essere e non è stato sabato sera, ma naufraga sul quel che poteva esser  e non è stato tutto l’anno. È chiaro che una prestazione analoga avrebbe permesso un altro campionato, ben altre soddisfazioni, un altro modo di valutare giocatori, tecnici e operato della società. Personalmente già dalla scorsa stagione, vedevo come unica risposta al gap tecnico che differenzia il Milan dalle prime della classe, un approccio alle gare con corsa e determinazione. Non solo con la corsa si fanno le grandi squadre, ma oggi, “Cholismo” o no, il fattore atletico conta sempre di più. E conta il pressing, e conta la sistemazione in campo, lo sfruttare gli spazzi, saper usare la testa più che i piedi. Sono cose che si sentono dai tempi di Sacchi: lui le aveva apprese dall’Olanda nel ’74, che fu antesignana. Sono nozioni, schemi, dettami nati ed usati vent’anni prima che nascessero i giocatori di oggi, che questi ragazzi han sentito prima di imparare le tabelline, che hanno appreso prima della storia di Roma antica, che conoscono più e meglio dei capoluoghi di provincia, specie se non è presente una squadra di calcio.  Certi movimenti, alcune fasi tattiche, dovrebbero essere già nel bagaglio “culturale” di ogni giocatore. E pazienza se dopo perdi perché sbagli uno schema, fa niente se vedi una squadra tecnicamente superiore, ci si mette il cuore in pace per una giocata di un campione avversario. Ci si rode il fegato invece, quando si perdono punti e posizioni in classifica, con squadre, diciamolo pure, più scarse, ma che dimostrano una voglia e una passione che i giocatori rossoneri sfoderano, solo talvolta, con le grandi. La presunzione e la superbia che portano ad approcci molli e indecorosi devono sparire in una squadra che, per il terzo anno consecutivo, non si qualifica in coppa. Avrei detto la stessa cosa anche se ci fosse stata un po’ di fortuna in finale. Perché i meriti della stagione sono lo specchio della classifica, e non l’exploit in una partita decisiva, ma raggiunta grazie ad una favorevole congiunzione astrale.  Il Milan deve tornare a fare il Milan soprattutto mentalmente. Incutere soggezione agli avversari a casa sua, e farli sudare  a casa loro. Deve trovare la base su cui ricostruire il carattere da Milan, quello che permetteva a chiunque arrivasse in rosa di imparare dagli altri, metodo e serietà nel lavoro, passione ed attaccamento in partita. Deve tornare all’umiltà, alla modestia alla determinazione per affrontare la più scarsa delle avversarie come fosse il Real Madrid. Deve ricominciare a programmare, non con vuote parole, ma con seria ricerca, talent scout, giovani e meno giovani, sconosciuti azzeccati, anche con possibili errori, ma in buona fede e non frutto calcoli speculativi. Con un progetto studiato e creato assieme al tecnico, il quale dovrà essere scelto, supportato e sostenuto. Come dev’essere sostenuta economicamente la società. Non solo a sottolineare, ogni anno al momento del bilancio, quanto costi  ripianare un business mediatico, mondiale, rilucente, eclatante. E utile, che è servito e che serve. Un business, ricordiamolo però, sia agli amministratori di oggi che a quelli, chissà, di domani, che tocca i cuori di milioni di appassionati, abituati a vincere e a vedere giocare grandi campioni, da sempre. Perché è il DNA dei milanisti a creare l’empatia con le finali.  È  stato significativo come con semplicità e naturalezza tutto l’ambiente si sia immerso, sia lievitato, abbia sognato per la finale di Coppa Italia, così imitativa di altre finali. E proprio “La Finale” di Champions, si svolgerà sotto gli occhi dei milanesi, a ricordar, a chi più, a chi meno, quanto siano lontani certi momenti, quanto siano appaganti certe  notti. A meno che non siano milanesi bianconeri. Ma loro di Champions che ne sanno?

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