Il Milan di Gattuso tra orgoglio e pregiudizio

Gattuso

Alla fine l’incubo s’è realizzato.

Quello che tutti i tifosi rossoneri temevano e “profetizzavano” da settimane, s’è materializzato a pochi secondi dal triplice fischio del match contro il Benevento, sotto le inaspettate spoglie di portiere.

Alberto Brignoli, nato in un piccolo comune della Lombardia 26 anni fa, era arrivato in Campania per giocarsi l’ennesima possibilità in prestito dalla Juventus, nemmeno con l’idea di partire titolare e nel pomeriggio di ieri si è trovato catapultato nella storia della sua squadra, del Milan e della Serie A.

Tutto sembrava perduto. I tifosi di casa erano pronti ad andarsene dallo stadio con le tasche vuote, come sempre era capitato fino a quel momento, ma lui non ci stava. E’ salito fino all’area avversaria, ci ha creduto, è svettato sopra la testa Musacchio e ha trovato l’angolino con un colpo da vero centravanti, scatenando l’urlo del Vigorito.

E’ successo sul serio, il Benevento ha ottenuto il primo punto in Serie A e lo ha fatto contro una squadra che nella sua lunga storia non aveva mai conosciuto l’onta di subire un goal da un portiere. Un evento che nella massima serie non si vedeva da più di quindici anni, ennesimo record per un Milan che quest’anno sta facendo di tutto per farne collezione, ovviamente di quelli negativi.

“Una coltellata”. Con questa definizione, Gattuso ha provato a far capire a tutti cos’hanno provato lui e la squadra al momento del goal subito, fatale conseguenza di un atteggiamento timoroso che imballava le gambe dei giocatori da inizio partita, rese ancora più pesanti dall’espulsione ingenua di Romagnoli.

E’ arrivato a sedersi sulla panchina rossonera circondato dal pregiudizio generale, ma quello che gli si chiedeva fin da subito era di portare alla squadra il suo orgoglio, quello di un guerriero che di battaglie ne ha vinte molte e anche persa qualcuna, ma sempre mettendo il Milan davanti a tutto e ricordando ciò per cui stava combattendo.  Tutto questo nel Milan di ieri non si è visto.

Non si poteva chiedere niente dal punto di vista tecnico a “Ringhio”, che ha avuto anche l’intelligenza di capire che in pochi giorni non si sarebbe potuto e dovuto stravolgere nulla, affidandosi a quella formazione che tutto sommato aveva sempre fatto bene contro le cosiddette piccole. La stessa società era stata furba nello scegliere il momento in cui buttarlo nella mischia, nonostante Montella fosse virtualmente esonerato da un mese, ma non è bastato. Non è bastato perché in campo, alla fine, ci vanno i giocatori.

I giocatori, si. Quelli delle “cose formali”, che in estate hanno scaldato i cuori di tutta la tifoseria milanista e che, ad eccezione di un paio (Rodriguez su tutti, Kessié a sprazzi, ultimamente anche il vituperato Bonucci), finora non sono stati in grado di portare sul campo le qualità per le quali sono stati pagati un totale di oltre duecento milioni di euro. A loro non era stato chiesto di portare il peso del pregiudizio, ma non hanno mai tirato fuori l’orgoglio, la grinta, il coraggio e tutto quello che serve per tirare fuori la squadra da sabbie mobili che sembrano tirarla più giù ogni volta che prova a mettere fuori la testa.

Ora il fondo si è toccato, il respiro comincia a mancare, le gambe cedono, ma da fuori qualcuno ha provato a buttare una corda come disperata ancora di salvezza. A tenere la corda c’è Gattuso, sopra le sue spalle il peso della responsabilità, del suo amore per il Milan e del sentore malcelato di non essere ancora pronto. Non gli si può chiedere molto, ma ora più che mai è il momento per i tifosi di aiutarlo a tirare quella corda, senza arrendersi, così come la squadra si deve scrollare di dosso il macigno della paura e dell’indolenza.

Quando si tocca il fondo si possono fare soltanto due cose: lasciarsi andare e morire o provare a risalire. E’ arrivato il momento di chiudere gli occhi e le orecchie, dimenticare la classifica, non ascoltare nessuno e pensare soltanto a correre, tutti insieme, partendo dalla partita di domenica contro il Bologna.

Il Milan non può essere quello che abbiamo visto finora ed è giunto il momento per tutti di dimostrarlo.

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