Il mistero Milan

Fabio Conte

Mettiamola così: è abbastanza presto per poter essere ancora arrabbiati. Prima che arrivi  lo scoramento, la disaffezione, il disinteressamento, sentimenti già vissuti di recente, ancora un po’ di sangue rossonero scorre nelle vene per cui un motto di ribellione sale e fa vibrare l’anima.

I tifosi della curva l’han percepito e l’hanno manifestato sonoramente. Io non sono pienamente d’accordo coi toni: “Fuori i.. cosiddetti” mi pareva in contrasto con quello che stavo vedendo, ma c’è da capirli. Ho visto i giocatori in campo che correvano, che inseguivano, che tentavano di raggiungere palla e tacchetti degli uomini di Sarri. Ci provavano ma non ci riuscivano. Poco nel primo tempo, per nulla nel secondo. Correvano, ma correvano male, e soprattutto gli altri correvano meglio. Questa è una responsabilità del Mister. Al netto delle difficoltà della squadra negli ultimi anni, visti i nuovi acquisti, comparando i risultati del nuovo tecnico partenopeo nello stesso lasso di tempo, il gap sembra esagerato, la differenza è imbarazzante. Il tecnico rossonero chiamato ad intervenire in particolar modo sulle lacune mentali della squadra, sembra non riuscire a trovare i giusti tasti su cui far leva per accendere quella determinazione caratteriale che dovrebbe essere il suo marchio di fabbrica, né quel pressing organizzato che s’era intravisto in pre campionato e che faceva tanto ben sperare. Nel calcio d’oggi l’intensità e la velocità con cui si riconquista palla, valgono più di mille schemi, di diecimila fraseggi, in particolar modo in questo periodo dove gli animi sensibili dei milanisti sono minati da annate deludenti e dall’apatia della squadra. Almeno ci fossero sudore, grinta, voglia. Ma questa squadra, come quelle delle ultime due stagioni, sembra sempre di più insicura e sperduta, e con l’insicurezza tornano l’ansia e angoscia. Corrono ribadiscono, ma per recuperare un pallone, quel pallone così spesso tra i piedi degli avversari, devono sprecare così tante energie che, come appariva evidente alla fine del primo tempo, erano spossati ed esauriti. Ed erano sotto di un gol. L’esito del secondo tempo è stato inevitabile. Se anche si vuol giudicare bonariamente la prima parte della gara, si stava perdendo. Se si continua a dire che nel derby il Milan ha fatto bene bisogna ricordarsi che l’ha vinto l’Inter. Se a Firenze son stati ingenui, e col Genoa l’arbitro è stato severo, si deve pensare che sono quattro le sconfitte in sette gare, tre negli scontri diretti. Due di queste squadre han cambiato il tecnico durante l’estate  ma propongono un gioco corale ed armonico con scelte precise. Guardando i giocatori rossoneri della difesa, giovani promettenti assieme a navigati nazionali, sembra impossibile si possa subire così tanto. Evidentemente deve esserci un maggior filtro dal centrocampo trovando un equilibrio difensivo di tutta la squadra. Sarà forse il caso di cambiare il modulo anche perché un vero e forte trequartista non c’è. Malgrado Mihajlovic lo posponga sine die, mi sembra ci sia stato tutto il tempo per cercare un modulo alternativo, magari uno classico, sicuro, un semplice 4-4-2 perché c’è bisogno di ripartire dalle basi, dal non prenderle. Oppure il tanto caro ai tifosi ancelottiani “albero di natale”, per rafforzare il centrocampo leggero, e pazienza se il Presidente vuole due punte. Meglio vincere con una punta che perdere con due.  Però, moduli a parte, se non si cambiata la mentalità se non ci sono schemi, se non c’è organizzazione si fa dura. Ma i duri riusciranno a giocare … o ad allenare ancora?

Di allenatori il Milan ne sta pagando tre e meno male che Allegri ha trovato migliori fortune a Torino. Allora qualche colpa va distribuita anche ai giocatori. Al di là delle capacità tecniche, dei valori personali, mi sembra che non riescano a trovare dentro di loro quelle qualità morali che ancor prima degli stimoli dei tecnici e della società, portino a buttare il cuore al di là dell’ostacolo. A questa carenza, più che agli schemi ed alla tecnica, imputo per esempio, le mancate reazioni in campo ai gol subiti, alle difficoltà nelle gare. La squadra quest’anno non è mai riuscita – nelle ultime annate comunque raramente – a ribaltare una sconfitta, a recuperare un risultato avverso. Per questo ci vogliono gli attributi, ci vuole la rabbia, ci vogliono uomini veri, che siano anche calciatori.

Naturalmente i cori han riguardato anche l’AD Galliani reo di aver allestito una squadra incompleta e troppo costosa. Anche stavolta fatico a capire le accuse. Quando è stato costretto a inventarsi il filotto dei parametri zero per mancanza di finanziamenti dalla proprietà, veniva incolpato di non voler spendere soldi. Quest’anno con un mercato drogato dalle clausole di rescissione spagnole e dalla gara al rialzo con l’Inter per Kondogbia, ci si lamenta perché ha speso troppo. Alla conta manca probabilmente un centrocampista ma siamo sicuri che con Witsel o Soriano saremmo in un’altra situazione? Intanto però sembra stia scemando quella protezione, quel sostegno, che tenevano la squadra ed il tecnico al riparo dalle critiche esterne, quel quadrato che la dirigenza ha sempre fatto per permettere di lavorare e di superare i momenti difficili. Un tentativo di sferzata da parte di Galliani c’è stato dopo Genova, insufficiente  evidentemente e quindi servirebbe forse il ritorno del Presidente. Le visite di Berlusconi alla squadra, fin troppo consuetudinarie l’anno passato – anche per cause contingenti- furono assenti l’anno precedente. Il silenzio seguito alla sconfitta col Napoli non sembra un buon segnale per lo staff tecnico, ma credo che Berlusconi proverà, prima di decisioni drastiche, a rigenerare l’entusiasmo perduto.  Le prediche del presidente però, nella passata stagione, non sembravano più le strigliate di un genitore attento e propositivo, ma più che altro i rimbrotti di un nonno bonario. Difficilmente sarà comunque sostituibile il suo carisma, la sua voglia di primeggiare, il suo essere Milan. Ma la società nel suo insieme non appare più granitica come un tempo, e qualche dubbio affiora anche su chi pareva designata alla successione. La non chiusura della cessione quote con Mister Bee poi, rimanda a data da definirsi la possibile entrata di quei capitali che tutti   auspicano possano portare a competere con le maggiori società europee lasciano quell’incertezza, che in qualche modo, va a riflettersi sul rendimento della squadra. Ci vuole una società compatta, una squadra coesa, un tecnico capace e determinato. I milanisti pensavano fosse così, solo sette partite fa. Adesso qualche dubbio c’è.

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