Inzaghi: provare a ripartire

Fabio Conte

Non bisogna guardare sempre al passato, anche se per i colori rossoneri si tratta di un passato glorioso. Dopo le due precedenti stagioni, l’ultima in particolare, si doveva per forza cambiare trend.

Non essendo un fanatico del possesso  palla a tutti i costi, non mi sembrava così irragionevole puntare, con un nuovo allenatore e con diversi giocatori, a provare a volgarizzare, almeno temporaneamente, la massima presidenziale “padroni del giuoco e del campo” con un più prosaico “pensiamo a tornare in alto”. La strada si sapeva, è lunga e perigliosa, e con un nuovo inesperto comandante sulla tolda, qualche rovescio è da mettere in preventivo. Se la squadra è, per uomini e schemi, impostata sulle ripartenze non possiamo lamentarci della mancanza di gestione della palla. Curioso però il fatto che, le ultime due sconfitte –oops, a Torino abbiamo pareggiato ma per atteggiamento e gioco mi sembra proprio una sconfitta- siano arrivate proprio quando, passati in vantaggio, ci si trovava nella migliore situazione tattica per sfruttare la nuova, vecchia strada delle ripartenze.

Ricordo la fantastica poesia imparata  da bambino che iniziava con “ Cudicini, Anquilletti Schnellinger..” – a proposito: ciao Angelo detto Marietto Anquilletti, 418 partite nel Milan dove hai vinto tutto. Mai espulso.   Che la terra ti sia lieve- era il preludio ad una grande squadra che, come dettava la tattica del tempo, amava il contropiede, e qualcosina ha vinto contro grandi avversari. Non era disonorevole allora giocare col “catenaccio” ma bisogna anche ricordare come Nereo Rocco schierasse spesso  Hamrin, Sormani, Rivera e Prati in avanti. Ora bisognerebbe capire perché contro un onestissimo Torino dei giorni nostri, quando si stava portando a casa coi denti, e con il sostanzioso apporto della fortuna, una vittoria magari immeritata, ma d’oro visto l’impellenza di non perdere il treno per il terzo posto, perché dicevo, mettere un difensore?  Un segnale di insicurezza verso i già affannati giocatori. Una pallida copiatura di ben altri catenacci. Un dispetto agli dei del pallone fin lì favorevoli. Negarsi una chance per ripartire. Caro Pippo, hai sbagliato. Ma ti perdoniamo, dobbiamo perdonarti. Difficile ripartire, ricostruire. Il Milan non può ritornare a cambiare ancora allenatore -innaturale l’avvicendamento della scorsa stagione- e quindi sposiamo la fiducia della società. Bisogna dare continuità al progetto, bisogna armarsi di quella pazienza così rara nel mondo del calcio, nel calcio italiano in particolare. Certo non bisognerebbe avere l’impellenza, economica e di prestigio, dell’approdo nel posto Champions. Ma l’esigenza c’è e la fiducia deve ritornare.

Ecco che ieri  nella snobbata, da pubblico e media, Coppa Italia detta Tim Cup,  i rossoneri sono meritatamente riusciti a superare il ritrovato Sassuolo. Al contrario della settimana scorsa la squadra di Inzaghi è riuscita per lunghi tratti ad imporre il proprio gioco, trovando il gol con il fin qui troppo poco utilizzato Pazzini su assist di Cerci. Raggiunti con un dubbio rigore, i ragazzi hanno avuto una reazione che ha stupito lo stesso Inzaghi riuscendo a raddoppiare con De Jong a pochi minuti dai temuti supplementari. Stupisce lo sconforto confessato dal Mister, che trapelava sul suo volto anche nelle fasi finali col Torino, nel momento della difficoltà. Il Milan vuole, esige, necessita di un allenatore grintoso, energico, incazzoso. Serve in questo momento di ricostruzione, della squadra e dello spogliatoio, serve per riprendere la strada delle vittorie. Anche per questo credo, la società ha scelto e supporta Super Pippo. Allora che Inzaghi ritorni alle convinzioni ben espresse ad inizio anno, alle certezze che deve trasmettere con pervicacia ai suoi giocatori.  Che si affranchi dai troppi suggerimenti del suo dilatato staff, e che torni a decidere, a scegliere ed anche a sbagliare da solo. Solo così, qualche inevitabile errore, potrà diventare esperienza e merito col tempo. Forza Mister, scacciamo i fantasmi e le paure, torniamo spensierati a giocarcela, ottimisti: non siamo troppo lontani.

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