La Champions, la Coppa dei Campioni e i milanesi che l’han alzata. E un masso.

Fabio Conte 3

La Champions a Milano ha fatto vibrare i cuori dei tifosi milanesi. Per alcuni, a memoria di un’unica occasione colorata e recente, dopo tanto invidiare.

Per altri, col ricordo di tante finali vissute, vincenti e non, negli ultimi decenni in Europa, quasi fosse casa l’intero continente.  La Coppa ha girato i luoghi significativi della città, facendosi avvicinare fotografare, selfare, immortalare da tutti quelli che amano, aspirano e sognano di rivederla alzata dai proprio capitano. L’ultima volta che la finale di Champions s’era giocata a San Siro era il 2001. Tutti quelli che erano stati indotti a credere che il futuro si sarebbe concretizzato con  “un’odissea” in quell’anno erano, più che altro, alle prese di evitare di scrivere 1 e 9  come prime cifre dell’anno e sollevati dal mancato arrivo del “baco”, o millennium bug, come dicevano quelli che sanno le lingue. Lo stadio pareva ancora bello, mastodontico ed ineluttabile, – gli anni 90 erano appena passati- anche se qualche deciso cambiamento si cominciava a prospettare e vedere, come il trasferimento della tribuna stampa. I protagonisti allora erano il Bayern di Monaco guidato da Hitzfeld e il sorprendente Valencia di  Hector Cuper. Quest’ultimo era in predicato di arrivare in nerazzurro, e quindi seguito con affetto dai futuri tifosi. L’occupazione della curva sud da parte dei “rossi”, così cromaticamente assonanti, in un niente divise il supporto per una o l’altra da parte dei tifosi milanesi presenti. Filtrata dalle lenti del tifo, seppur  fittizio, la partita non era stata poi così male, come raccontano invece i gli spettatori oggettivi. Pensando e sognando di vedere la propria squadra in finale, in un derby per di più, s’immaginavano emozioni e patemi che da lì a poco più d’un paio d’anni, si sarebbero vissuti veramente per una semifinale. Finì ai rigori con l’imponderabile che disse la sua e fece felici i bavaresi.

Anche in questa edizione stessa sorte: 1-1, supplementari e rigori. Forse quest’anno era più difficile dividersi nel supporto anche se proprio di derby si trattava. Gli interisti più vicini all’ex Simeone, col suo calcio tutto cuore, cercando di dimenticarlo come laziale. I milanisti a gufare contro un Real che vincendo si sarebbe allontanato troppo nello score delle Champions vinte, sognando ancora di eguagliarlo. Tante quindi le simpatie per l’Atletico. Alla fine sono 11 però le Coppe per i blancos, con le lacrime dei colchoneros per un sogno svanito ancora, pur giocando meglio. Oggi sembra più lontana la possibilità di ritrovare, per assonanza, entrambe le squadre milanesi in una finale, non per mancanza d’immaginazione, ma per il reale gap a livello economico che divide il calcio italiano da quello delle super- squadre europee. Però la Juventus, con la finale dello scorso anno è lì a ricordarci che, con programmazione, investimenti e un pizzico di fortuna ci si può provare. D’altra parte si sa,  i sogni  son dolci per loro natura.

Quindici anni dopo, le valutazioni sullo stadio però sono radicalmente cambiate. C’è stato un restyling, in vista di questa finale, parziale e opportunistico. Oggi si vedono i limiti di un impianto ormai novantenne, e nonostante la storia e tradizione si ipotizzano nuovi orizzonti, future location, cercando entrate, curando bilanci. Il fascino della storia c’è ancora e, finalmente, c’è anche la Metro, con solo 40 anni di ritardo. Adesso c’è anche un bel parco adiacente allo stadio. Un giardino più che altro, coreografico più che utile, perché come parco ci sarebbe, lì dietro, quello di Trenno, bello grande ed attrezzato. Trent’anni per un giardino al posto di un palazzetto crollato, mica male per l’ego dell’efficiente Milano. E vista le esigenze settimanali –o anche di più se si ritornerà a fare con continuità le coppe- non è che sotto ci han fatto dei parcheggi o sopra, chessò, un car sharing magari d’auto elettriche, o bike sharing. Venerdì, nel giardino, o parco dir si voglia, è stata scoperta, in concomitanza con la finale, una targa in memoria di Giacinto Facchetti e Cesare Maldini. Due milanesi d’adozione, due campioni, due grandi milanesi de facto. Cesare il primo italiano ad alzare la Coppa Campioni ed in seguito anche C.T. della nazionale, Giacinto il primo ed unico ad alzare la Coppa d’Europa per Nazioni, due dei Campioni, due Intercontinentali. Con una cerimonia sobria che sarebbe piaciuta ad entrambi, col panorama di San Siro che fa emozionare ogni milanese e chiunque ami il calcio, il comune ha pensato bene però,  di esporre una targhetta in ricordo di chi ha dato tante emozioni ai milanesi, su una banale pietra, un masso amorfo,  come se non ci fosse un artista a Milano, anche emergente, uno studente di Brera, un artigiano almeno, che potesse ricordare i due paladini di tanti tifosi, due persone importanti e per bene e che han dato lustro a Milano nel mondo, con un accenno scultoreo, un’idea, un’allusione. A mio avviso segnale di pochezza, di miopia e di sciatteria nel concretizzare idee pur nobili. Ma tant’è, segno dei tempi, italici soprattutto. Ma al milanese par comunque strano. Par strano che non si possa far meglio sia per la città sia per le società. Il futuro per i tifosi milanesi, pare stia prendendo, o abbia già preso, strade orientali. Ma siamo sicuri sia l’unica via per tornare grandi? Pochi giorni e anche la Milano rossonera conoscerà se il suo destino avrà gli occhi a mandorla.

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