La piccola festa del Milan, tra speranze e ricordi

fabio-conte

Pomeriggio di festa a San Siro, come non si viveva da tempo. Si respirava aria di serenità, rassegnati alla vittoria dello scudetto lassù, ma contenti di vedere i dirimpettai più giù. Si sospira di sollievo.

Finalmente il ritorno nelle coppe europee sembra chiudere un incubo, inaspettato per il suo protrarsi, da tifosi, addetti ai lavori e credo anche dalla vecchia dirigenza. Anche quest’anno alla fine sembrava che gli sforzi e le piccole sicurezze cresciute grazie al tecnico, ad un buon girone d’andata e al successo di Doha, inciampassero in partite abuliche contro rivali abbordabili. L’Europa esotica – mi sembra più elegante che chiamarla minore- raggiunta ma da tenere con le unghie dei preliminari, nell’unica piazza a disposizione visto che Atalanta e Lazio hanno trovato un’annata perfetta e grazie anche a Inter e Fiorentina che hanno cortesemente rinunciato. Non scientemente, è ovvio, ma scelleratamente. Si ha un bel dire che la prossima stagione, soprattutto per i nerazzurri che probabilmente potranno usufruire di ingenti investimenti della proprietà, potrebbe essere più agevole per la mancanza dell’impegno settimanale, a volte oggettivamente scomodo. Può darsi, ma non è detto, non è provato, non è stato sempre così. Certo è invece, che all’ambiente rossonero manca la partecipazione ai viaggi infrasettimanali, alle sfide con squadre estere, in stadi sconosciuti. Le poche volte che s’è preso parte alla lega europea nell’era berlusconiana, interrompendo le gloriose annate in Champions, erano viste dai tifosi come uno smacco al pedigree di coppa. Oggi sembra essere tornati agli anni settanta, quando alla Coppa Campioni partecipava solo chi vinceva il campionato e la Coppa Uefa era un’importante vetrina internazionale, appena sotto la Coppa delle Coppe. Il bagno di umiltà subito dai giovani tifosi, riporta quelli più grandicelli a sensazioni dimenticate e risveglia ricordi che sembravano perduti: innocenti eccitazioni di chi sapeva godersi un piazzamento, in chi contava in un paio di acquisti azzeccati per svoltare la stagione seguente. Anni lontani, colori sbiaditi, un altro calcio, ma la festa di giocatori e pubblico alla qualificazione di domenica, pur se risicata e minima, segnala una nuova verginità emotiva che può far bene e accendere un entusiasmo positivo.

Ovviamente c’entra anche il cambio di società, che ha acceso la speranza in un nuovo futuro. Se la proprietà rimane ancora avvolta in una misteriosa nebbia mediatica, che non si è certamente diradata con gli scarni curricula inviati, gli esecutori, i gestori, la dirigenza a cui far riferimento, si sta presentando col piglio auspicato dal popolo rossonero. Era sperabile che i lunghi mesi del closing che non arrivava, fossero stati spesi in contatti, previsioni, sondaggi sui possibili futuri rossoneri. E dà soddisfazione che il mercato sia partito con determinazione ancor prima della certa qualificazione, mostrando fiducia e consapevolezza. Segnale che sembra essere gradito e recepito da giocatori e procuratori evidentemente convinti anche dalle buone prospettive argomentate dal duo Fassone – Mirabelli. Ne manca da convincere uno, di procuratore, perché il giocatore spera di rimanere tra le mura, meglio tra i pali, di quella che considera casa sua. La fantasia la tenacia, e la sfrontatezza con cui i dirigenti rossoneri stanno affrontando questo inizio di mercato, credo possa persuadere anche il più scettico che almeno una chance si dovrà concedere. C’è tempo per ricredersi, c’è tempo per migrare, eventualmente.

Ieri, ma dieci anni fa, lo confesso io ho pianto. Stress: ad un’ora dalla partita non avevo ancora il biglietto pur essendo ad Atene. Ricordi non metabolizzati: entrando allo stadio di colpo sembrava di essere tornati a Istanbul, stessa struttura, stessi colori, stessi cori. Ansia. Aggiungiamo una spruzzatina di problemi personali, giusto per condire. Dieci anni fa Pirlo, senza neanche aver scritto ancora un libro, tirava una punizione verso la fine del primo tempo. Inzaghi come aveva già fatto, come voleva sempre fare attaccava lo spazio. La palla incocciava l’omero come precisava Pellegatti, e spiazzava Reina, colpevolmente assente due anni prima. Ripresa, tensione, e il tempo va. Ma Riccardino Kakà, con quella faccia da dio dell’Olimpo, vedeva l’invasato Pippo ingobbirsi e cercare la linea del fuori gioco, allungava la palla e quello, senza aver ancora allenato una squadra, decideva di scartare il portiere e di toccarla quel tanto, di giustezza, ma proprio piano piano acciocché la palla, il cuore, il tempo, lo spazio si fermassero in un lento rollio che accarezzava i fili d’erba e divideva le molecole dell’ossigeno. Poi urlo! Aria gettata fuori a raschiare la gola, stordimento. Ora. Che ora è? Quanto manca? Tempo, che non scorre. Gol loro? Mah. Tempo. Fischia, fischia! Fine: sorriso stampato, muscoli facciali contratti e lacrime. Coppa alzata. Occhi felici e lacrime. Dieci anni fa ad Atene, me lo ricordo, ho pianto ma di gioia.

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