Madonnina mia…

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Mercoledì 7 maggio 2003. È un giorno storico, anche se parliamo di football e non di guerra fredda o sbarchi sulla luna.

Si gioca a San Siro il primo «euroderby» tra Milan e Inter, valido per la semifinale di Coppa dei Campioni (lo so, mi piace più chiamarla così piuttosto che “Champions”!). Mio padre carica me e un mio compagno di scuola, abbiamo tutti in tasca il biglietto al primo anello blu. Alle 17.45 sono già dentro, l’attesa è spasmodica e la tensione è un involucro che ci contiene. Come andò a finire lo sappiamo bene e sono per noi dolci ricordi. Sono già passati quattordici anni da allora, sembra ieri. E oggi, aprile 2017, siamo qui a raccontare tutt’altra Madonnina. Se prima guardava con orgoglio dall’alto della guglia le due squadre della sua città sbaragliare la concorrenza europea, oggi quella testa reclinata e sovrastata da una corona, è più sinonimo di una sconfinata malinconia. Dovuta a una prolungata assenza da quell’Europa che un tempo era terra di conquista, a una fascia di capitano passata in questi anni da Zanetti a Ranocchia o da Baresi a Montolivo, a un’attesa condita di prolungata e vana speranza che Dragoni dell’Est sputino fuoco e denari sulle esigue casse societarie. 
In ogni caso, della parte meno vincente di Milano lascio parlare altre autorevoli penne, nel mio piccolo è corretto invece buttar giù considerazioni per i miei colori: l’uno, il rosso, da tempo è il simbolo della rabbia, l’altro è divenuto opaco e scolorito, molto più simile al grigio che al nero. L’Empoli aveva vinto a San Siro altre due volte in passato, nel 2003 e nel 2007, annate in cui a Milanello fu prodotto del buon vino, e uno sgambetto provinciale poteva anche starci. Oggi invece, ormai ogni sconfitta, se un tempo era solo un episodio, pare essere il riacutizzarsi di una forma influenzale mai sopita, quella di regalare costantemente i primi tempi e di non avere nessuna intenzione di entrare in campo con una fame da soddisfare divorando l’erba, invece di brucarla flebilmente come passivi animali da pascolo.
Il 2-2 pasquale, tralasciando per un momento lo shock finale targato Zapata utile più agli sfotto’ e alla stampa di nuove magliette celebrative che ad altro, ha messo a nudo tutti i limiti di due compagini sprofondate dentro sabbie mobili dalle quali né una Supercoppa italiana né un cambio di allenatore sono state in grado di salvarle.
 
È stato un derby effettivamente da sesto e settimo posto. Lungi da me dal demolire qualcosa che prima si osannava o a salire sul carro dei vincitori (comunque ben lontano dall’essere anche solo costruito, al momento) nei giorni felici, ma l’accostamento provocatorio di due derby dal sapore così diverso serve a spiegare quanto a questo campionato, dove Torino veleggia verso il sesto titolo consecutivo, manchi l’unica, autorevole e credibile alternativa alla Juventus e cioè Milano. “Salvate il soldato Montella”, verrebbe da dire citando un celebre film con Tom Hanks, e nonostante il confusionario arrembaggio con tutte le punte in campo e, personale considerazione, l’esclusione di Kucka, unico forse al momento in grado di mettere perlomeno scompiglio e stimoli in mezzo al campo, se a quattro minuti dalla fine ad entrare è Honda, occorre anche chiedersi cosa di più possa fare l’ex romanista con il materiale a disposizione.
 
L’Europa è ancora una volta lontana, di certo, se fosse stata centrata almeno una volta la qualificazione, le vacche magre delle ultime stagioni non avrebbero potuto far pensare nemmeno a una ipotetica dignitosa figura in campo internazionale.
Di solito un genitore, avvistati i guai del proprio figlio, si domanda «Dove ho sbagliato?». In questo caso, seppur con lo stesso amore, il depresso popolo rossonero che trascorre i campionati a non veder l’ora che finiscano, si interroga su cosa mai sia stato fatto bene in quest’ultimo sciagurato lembo di storia rossonera.

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