Milan: a Nyon deve giocare Elliott

Fabio Conte

La decisione Uefa, severa e per molti versi sorprendente, ha svegliato finalmente le coscienze rossonere.

Certo c’è ancora a chi guarda il dito e non la luna, ma non mi sembrano più molti quelli che incolpano Nyon neanche fosse Berlino. Scherzi e politica italiana a parte, credo che ormai tutti i tifosi del Milan, gli appassionati di calcio italiani, nostalgici e detrattori della vecchia dirigenza, sostenitori o scettici del nuovo corso, siano d’accordo che il Presidente del Milan Yonghong Li debba chiarire chi sia, da dove venga e soprattutto da dove derivi la sua ricchezza, ammesso che ci sia. Gran parte dei soldi per l’acquisto del Milan, si sa, sono stati versati. Strano che non siano stati versati tutti e che se non si fosse mosso Fassone, o chi per lui, non sarebbe riuscito a fare il closing, parolina magica che sembra essere stata scordata ma molto in voga un annetto fa. Come si sa – sto raccontando storie trite e ritrite- il mancante l’ha messo il fondo Elliott, finanziaria di grande solvibilità e di ancor più grande potere. Caso recente e non so se del tutto estraneo, l’acquisizione della quota di maggioranza di Tim ai danni di Vivendi, società francese che aveva tentato la scalata a Mediaset. Fatto sta che il fondo appare solido e molto deciso, ed essendo il suo unico scopo quello di far soldi, dovrebbe essere molto attento che una sua proprietà vada in difficoltà prima di essere ben valorizzata. Al contrario di altre aziende che rivelando problemi possono essere frazionate e vendute aumentando i ricavi, le società sportive, sto parlando del Milan in particolare è ovvio, hanno il maggior valore se crescono in risultati, esaltando il proprio palmares e brand. Mi riferisco al Milan come proprietà del fondo americano perché le azioni date come pegno, dovrebbero per il codice civile contare come quote di possesso a tutti gli effetti. Messa così la questione, a meno di exploit inaspettati del signor Li, vede il signor Singer in quanto titolare di Elliott come reale proprietari della società di via Aldo Rossi. A questo punto spetta a lui, facendo leva sulla credibilità e le ingenti risorse,  dimostrare ai soloni dell’Ufa che c’è, e che ci sarà, un progetto concreto per l’ACMilan che non preveda improbabili crescite in Cina o imponderabili piazzamenti  messi a bilancio. Non credo che da oriente, se il fondo creditore ci mettesse la faccia si griderà allo scandalo, al massimo si leverà qualche debole gemito, o un flebile guaito comparabile agli sguardi impauriti e insicuri visti sul volto del Presidente Li nelle poche apparizioni europee. Il “piccolo timoniere” cinese consegnerebbe così, nelle mani del risoluto e scaltro Singer, le chiavi di una società dal grande potenziale mediatico che potrebbe anche aprire al finanziere americano una nuova via alle sue iniziative sociali che potrebbero aver nuovo sbocco – e pubblicità- nel vecchio continente, diluendo l’aggressività finanziaria.  Nella vertenza con l’Uefa, subentrasse il gruppo Elliott, si potrebbe anche contare sulla proverbiale pertinacia della sua struttura legale, poco avvezza alla sconfitta, che avrebbe modo di indicare le linee future alla camera giudicante di Nyon. Bisognerà far presto però, i tempi sono ristretti e lo smacco di una cancellazione dall’Europa League conquistata con fatica sul campo, sarebbe vergognoso. Ma attenzione, se viceversa Elliott valutasse la sua partecipazione come mero business, guai al Milan perché diventerebbe come i  buoni del tesoro italiani in tempo di spread. E a quel punto, Fassone dovrà chiarire su quali dati reali si basasse il suo ottimismo, o con quali stratagemmi volesse convincere l’Uefa che tutto andava bene. Perché non basta un aumento di capitale ogni tanto, che sembra più che altro una richiesta di pagamento dei conti, per far funzionare una società. Saranno tante le cose da chiarire, ma adesso la priorità è assicurare il futuro e l’unica via sembra quella del fondo americano.

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