Milan: Capitani che càpitano

fabio-conte

Non sarà stata forse solo la partita contro la Roma, persa meritatamente e nettamente, a dar voce a quei tifosi che vogliono un cambiamento quasi totale e deciso, ma certamente dopo la gara di domenica la voglia di tagliare certi giocatori, o meglio, di averne di decisamente migliori, ha fatto capolino tra molti appassionati rossoneri.

Il solo Donnarumma raccoglie consensi unanimi, mentre per tutti gli altri, chi più chi meno, ha offerto il fianco a qualche critica. Anche gli assenti, o meglio i lungo degenti, entrano negli strali di qualcuno, come per esempio Bonaventura, così prezioso quando giocava, ma la cui lunga assenza ha sbiadito la sua imprescindibilità, quando qualcuno lo vedeva già come futuro capitano. Carisma ne aveva anche Montolivo, almeno tra i compagni, molto meno tra i tifosi. Anche la sua assenza è stata lunga, anzi ci si è quasi dimenticati di lui, e forse è un bene perché avrà assopito l’insofferenza che qualcuno aveva nei suoi confronti, a volte preconcetta. Forse, anzi a mio parere sicuramente, sarebbe servito in questo finale traballante, dove la personalità in campo qualche volta è stata carente. E’ pur vero che anche nelle passate stagioni il Milan aveva sofferto di debolezze caratteriali, ma mi pare che quest’anno Montella abbia dato una maggior consapevolezza al gruppo, che si sarebbe magari avvantaggiato, nelle difficoltà, dell’esperienza del capitano. Indubbiamente anche il vice capitano Abbate manca alla manovra dei rossoneri. Il tecnico l’ha rimpianto più volte perché garantiva movimenti e spinta sulla fascia destra, non ritrovati in sua assenza. Così il buon De Sciglio, troppo buono per avere il carattere necessario, troppo sensibile per non sentire le critiche, s’è ritrovato a vestire il simbolo del condottiero. Quando il Milan è incappato nella pessima partita con l’Empoli, complice anche una prestazione personale infelice, gli hanno accollato i limiti di tutta la squadra e s’è beccato una corposa salva di fischi. Montella ha dovuto richiamare alla compattezza d’intenti dei tifosi, lodando Mattia come persona, come patrimonio della società, ma sottolineando che le consuetudini del Milan, a cui non si era voluto opporre almeno quest’anno, avevano automaticamente consegnato la fascia al giocatore con maggiore anzianità. In realtà il tecnico, preferirebbe che il gruppo scegliesse chi tra di loro abbia maggior carisma, a chi fare riferimento. La tradizione di scegliere grazie agli anni trascorsi in rossonero nasce più che altro da chi deve sostituire per qualche partita, o per transizione generazionale, il capitano effettivo. Da sempre il Milan ha avuto grandi capitani di lungo corso. Nils Liedholm, Cesare Maldini e Gianni Rivera, poi nell’era Berlusconi, Franco Baresi e Paolo Maldini. Quando mancavano questi ci si affidava all’anzianità. Mi piace ricordare tra gli altri Maldera e Bigon o Tassotti e Ambrosini. Giocatori che han vinto e che hanno alzato anche delle Coppe, per l’assenza temporanea o per la transizione tra un regno e l’altro. Molto spesso in quei Milan c’erano giocatori di tale carisma e personalità che sarebbero stati capitani in quasi tutte le altre squadre o che lo erano nelle loro nazionali. Anche per questo la scelta di seguire una gerarchia di anzianità ha spesso messo tutti d’accordo. Una tradizione assente nella storia rossonera è la fascia data al portiere, e credo siano comprensibili le riserve fatte sulla decentralità a cui il ruolo relega l’estremo difensore. Solo l’età e quindi la mancanza d’esperienza però limitano Gigio Donnarumma a candidarsi al ruolo di capitano, visto che si sta dimostrando decisivo e carismatico, scalando le gerarchie all’interno del gruppo. E il veto di Montella.

Sicuramente Paolo Maldini è rimasto capitano anche dopo aver tolto la maglietta. Le sue considerazioni sulla gestione dell’ultimo Milan prima, e le domande lecite e con poche risposte sulla nebulosità del futuro, hanno fatto sì non abbia voluto concedersi come bandiera se non per la propria dirittura morale e per le proprie convinzioni. Lineare e chiaro lo è stato anche la scorsa settimana quando, a latere di una manifestazione pubblicitaria, ha ribadito le sue perplessità rivendicando di poter eventualmente sbagliare con la propria testa sul Milan che verrà, orgoglioso della sua indipendenza di pensiero ma senza dimenticare l’attaccamento ai colori. Ha anche sottolineato le differenze sull’addio al calcio suo e quello prossimo di un’altra bandiera come Francesco Totti, e anche qui ha dimostrato di saper leggere le difficoltà attuali della chiusura del rapporto, se ancora esiste, tra la società e il campione romanista. A tutti è apparso stridente il mancato utilizzo di del numero dieci giallorosso, domenica sera. La superiorità tecnica della Roma è apparsa evidente e, quando il gol di El Shaarawy ha spento le esili speranze di recupero dei rossoneri, tutti si aspettavano l’ingresso del capitano romanista, anche per potergli rendere omaggio in uno stadio che l’ha visto tante volte andare a segno anche con la maglia azzurra, e che ha sperato in qualche occasione di poterlo ammirare come giocatore di una delle due squadre di Milano. Niente. E’ rimasto in panchina a sorridere sornione anche quando “capitan futuro” De Rossi realizzava un rigore che se avesse potuto calciare lui, avrebbe probabilmente strappato l’applauso anche dei milanisti.

Questo per ricordare quanto sia importante, pesante e decisivo avere un capitano che sia leader, per i propri compagni e agli occhi degli avversari. Gianni Rivera è stato il Milan per quasi vent’anni, di Maldini abbiamo detto. Franco Baresi, recentemente sempre più coinvolto in società, (auguri, a proposito, per il recentissimo compleanno) è stato il capitano del Milan stellare. Valdano, storico capitano del Real Madrid, ricorda come da avversario non guardasse né i propri compagni né il pallone ma solo Franco Baresi, che comandava la difesa come un sol uomo: così si rispetta un vero capo. Ecco chi si deve cercare, chi si dovrebbe trovare.

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