Milan: comandare o subire il mercato

Fabio Conte

“Il nostro calmievatove”, così era chiamato Berlusconi con quelle “r” arrotondate ed aristocratiche, così difficili da scrivere ma inconfondibili, per chi ha sentito parlare, anche una sola volta, l’Avvocato Gianni Agnelli.

Nel tunnel dello stadio Comunale di Torino, nel 1986, gongolava Silvio Berlusconi, anche alle sottili canzonature  con cui veniva accolto e iniziato nel gotha calcistico, ma soprattutto finanziario e politico italiano. Restando nel calcio,  quella definizione, calmieratore, mi aveva colpito, tanto che me ne ricordo ancora,  per il caustico e sottile aggettivo scelto per chi arrivava a rompere le uova nel paniere bianconero. Il dinamismo con cui Berlusconi era entrato nella vita pubblica italiana aveva trovato, nel calcio, una sicura esposizione mediatica dei principi che muovevano il giovane imprenditore milanese.  L’entusiasmo, la voglia di stupire, la ricerca estetica del gioco, e di conseguenza di buoni giocatori, portarono all’acquisto, il ratto quasi, di Roberto Donadoni dall’Atalanta, anche se già promesso alla Juventus. La rottura dell’egemonia di contatti, prelazioni, prime scelte era quello che indispettiva l’Avvocato: erano i primi bastoni nell’ingranaggio che permetteva alla Juventus di avere la supremazia, la signoria direi. Erano diverse allora, nella politica come nel calcio, le appropriazioni, (più o meno illecite): erano moderate, seguivano un criterio di  equanimità. Così come c’erano affettive ricadute sociali per tutti e la Juve vinceva un paio di campionati alla volta. Ma si sa, mala tempora currunt. E così ci ritroviamo in questi anni una società che tiranneggia e cannibalizza tutto in Italia, in maniera lecita sicuramente, credo, ma continuando ad allargare le spirali e i tentacoli di egemonia, grazie anche alle grandi entrate assicurate dalla Champions e dal volano dello stadio di proprietà. Ecco, ci vorrebbe un calmieratore, pronto e generoso, che interrompa entrando a piedi giunti e con assegni milionari, a bloccare il gioco perverso del “prendo tutto io”. Berlusconi non ne è più in grado, anzi mette in difficoltà chi deve operare in situazioni a volte delicate: quando si andava a prendere Donadoni, ma così è stato poi per Van Basten, Rijkaard, Shevchenko, Nesta o Kakà per citarne alcuni, si operava sotto traccia, senza che nessuno sapesse niente e spesso si rientrava col contratto già firmato. Oggi si annunciano i piani di spesa come si fosse un programma governativo, come se si volessero calmare gli elettori, pardon, i tifosi, elevando invece solo le richieste di chi vende. Sembra quasi si sia dimenticato dei principi che hanno accompagnato la sua discesa in campo… di calcio. Anche le promesse di vendita sono vaghe, e soprattutto si trascinano, accavallandosi col delicato momento del calcio mercato, dove a volte le ore possono fare la differenza per tutta la stagione. Il popolo rossonero è costretto a sperare nell’acquisizione misteriosa, al buio, senza conoscere minimamente chi diventerà proprietario del Milan, chi sarà il padrone dei sogni di successo, fantasticati dai tifosi. Ma soprattutto non sembra, al contrario dalle dichiarazioni post ospedaliere, ci siano imminenti disponibilità di denaro per spaccare il mercato per scegliere, magari non 11 come auspica qualcuno, ma tre quattro acquisti rilevanti. Il caso Pjaca è emblematico. Questo ragazzo dal nome così strano graficamente, ma così semplice a e famigliare foneticamente, è seguito dal Milan dall’anno scorso. Sembrava quasi dovesse venire l’estate scorsa, quando il rubinetto dei soldi promessi si chiuse. Va bene, un altro anno a maturare, forse l’avrebbe solo aiutato. Quest’anno l’apparizione per pochi minuti all’Europeo, l’ha messo sotto gli occhi di tutti. Non so se un dribbling azzeccato, una prestanza fisica rilevante, se la provenienza da una scuola calcistica evoluta, possano anche solo avvicinarlo alla classe di Donadoni. Ma un’entrata decisa, economicamente concreta e generosa del Milan, darebbe l’immagine di quello che si vuol fare, di quello che si è, e che si vuol diventare. Sarebbe il segnale che si può e vuole ritornare grandi. Al contrario, se per l’ennesima volta s’imporrà la Juventus come sembra, vorrebbe dire che la dittatura prosegue, che la bravura e la lungimiranza dei dirigenti Juventini, non verrà scalfita  né da un calmieratore né da un misterioso “calmielatole” cinese, sempre più vago, sempre più enigmatico.

Nell’86 quando arrivò Berlusconi al Milan, Tassotti c’era già. Riservato, intelligente e ironico, dotato di buon tocco, ottimo considerandolo terzino. Ha vinto tutto, ha alzato una Champions da capitano, ha aiutato ad allenare tanti, forse troppo arguto per essere più ambizioso, forse troppo realista per prendersi troppo sul serio. Adesso lascia il Milan dopo 36 anni, un record,  per un’avventura, curiosa e stimolante, come secondo di Shevchenko sulla panchina dell’Ucraina. Col suo aiuto cercheranno di superare la difficile qualificazione agli immancabili, soprattutto per loro, mondiali in Russia. Facciamogli gli auguri: Sheva è un’istituzione e col Tasso, si sa, è tutto un altro passo!! Ciao Mauro, arrivederci e grazie.

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