Milan: Kessie e Gattuso crescono assieme

Fabio Conte 2

Si discuteva domenica a fine partita su quale voto dare a Franck Kessie. Contro il Parma il centrocampista ivoriano ha delegato qualche contrasto a Bakayoko che ha sfoderato infatti la miglior prova da quando è in rossonero.

L’intesa tra i due è aumentata con l’uscita di un impalpabile Josè Mauri, ma se il francese si dedicava a recuperar palloni, Franckie si cimentava in almeno 4 contropiedi prorompenti che non si sono concretizzati però nemmeno con un tiro nello specchio della porta. Sul giudizio di Kessie bisogna tener conto naturalmente anche del rigore vincente realizzato al 71’, e si sa quanto conti segnare un rigore anche per la tranquillità personale, vedi Higuain. Insomma, si può criticare la mancanza di risolutezza o di precisione ma non il contributo che il ragazzo, ricordiamo che ha 21 anni, dà costantemente alla squadra. Si può fare un parallelismo tra la prestazione di Kessie e la gestione di Gattuso: Milan che gioca bene, soffre ma reagisce, parte con grandi slanci ma non sempre realizza la mole di lavoro che crea e a volte si perde in piccoli dettagli. Tutta la squadra però sta dimostrando una reazione agli infortuni e alla sfortuna grazie a una compattezza e una coesione inaspettate. Se, come dice Gattuso, non si faranno danni da qui alla fine dell’anno, potrebbe esserci una classifica interessante ad accogliere qualche rinforzo dal mercato e dall’infermeria.

Vincenzo Montella invece, in una recente intervista, s’è lamentato delle critiche alla sua gestione da parte di Gattuso. L’ex allenatore è risentito in particolare per le accuse di scarsa preparazione fisica ma le differenze, dopo solo un mese dal suo esonero di un anno fa, si “toccavano con mano” come direbbe qualcuno, e questo qualcuno non ha mai puntato il dito direttamente sul suo predecessore, spesso criticato esplicitamente invece da Massimiliano Mirabelli. Montella, a cui bisogna dar atto di aver lavorato a cavallo di un cambio societario equivoco e incerto, si era perso anche nella organizzazione tecnica di una squadra da reinventare con tanti nuovi acquisti -non sempre azzeccati- e nella gestione dello spogliatoio che non appariva compatto: quindi tutto sommato, se avesse glissato sul suo recente passato avrebbe fatto miglior figura. L’unica cosa di cui può andar giustamente fiero è la vittoria della Supercoppa a Doha contro la Juve vinci tutto (in Italia). Lui qualcosa l’ha vinto, Gattuso non ancora. L’occasione è prossima: iniziare il nuovo anno a Gedda con un successo, sia pure in un trofeo minore ma sempre contro la Juventus, sarebbe il miglior viatico per il nuovo trend societario, per uno slancio per la Champions, per confermarsi come l’uomo giusto per costruire il Milan che verrà.

Il Milan che è stato invece, piange un protagonista della sua storia. Ci ha lasciato Gigi Radice che aveva partecipato da comparsa alla vittoria di due scudetti negli anni ‘50 ma, dopo un passaggio alla Triestina e al Padova, era tornato per essere protagonista nello scudetto del ’62 e nella prima storica Coppa Campioni del ’63. Fu l’allenatore dell’epica vittoria del Torino dello scudetto del ’76, conteso punto a punto fino all’ultima giornata alla Juve. Attraversò nel ’79 la tragedia dell’incidente automobilistico che causò la scomparsa dell’amico Paolo Barison compagno ai tempi del Milan. Breve e sfortunato il passaggio sulla panchina rossonera nell’infausta annata del ’82 che si concluse con la retrocessione, mentre fu rocambolesco l’esonero dalla Fiorentina nel ‘93 anche a causa dell’incontenibile Milan di Capello che strapazzò i viola 7-3 a Firenze e indusse Vittorio Cecchi Gori a licenziarlo. In mezzo promozioni e salvezze, annate brillanti ed esoneri precoci. Un protagonista assoluto del calcio italiano quindi, uno dei primi a porre attenzione al lavoro atletico di base per i calciatori. E domenica a salutarlo, guarda il destino, proprio la sfida tra Milan e Torino: buon viaggio Gigi.

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