Milan: non chiamatele finali

Fabio Conte

Qualche milanista, diversi direi, non sono rimasti spiacevolmente colpiti dalla eliminazione della Juventus dalla Champions da parte dell’Ajax.

Si sa, il campanile, l’antica rivalità, e qualche faziosa polemica arbitrale che si ravviva ogni anno, anche di recente, regalano un sorriso a chi pensa che sia stucchevole questa lunga serie di puntuali vittorie in patria, e si rifà con le sconfitte per la squadra bianconera che arrivano altrettanto puntualmente all’estero,. Tanti gli incroci in Europa del Milan coi Lancieri di Amsterdam, dalla vittoria nel ‘69 della seconda Coppa dei Campioni che consacrò Gianni Rivera Pallone D’Oro, alla tennistica lezione nel ’73 in Supercoppa subita dall’Ajax di Cruijff, oppure la rocambolesca partita del 2003 che mandò in semifinale i rossoneri grazie al gol condiviso di Inzaghi-Tomasson che mitigò la sconfitta in finale col gol di Kluivert nel ’95. Anche l’anno dopo fu finale per l’Ajax contro la Juventus, vinta ai rigori dai bianconeri. L’ultima per loro, da allora diventata ossessione. Incroci e storie importanti, scolpite nei ricordi e raccontate con trepidazione da chi le ha vissute, almeno come spettatore. Dal primo rivoluzionario Ajax, all’ultimo visto ieri, la particolarità è sempre stata quella di squadre giovani, nuove, fresche. Infatti, periodicamente, la società olandese scompare dai vertici del gotha europeo perché non ha la nidiata giusta, non riesce ad avere un gruppo azzeccato. Ma il lavoro e la ricerca dei talent scout, degli allenatori delle giovanili, della scuola Ajax insomma, torna con pazienza, prima poi, a proporre una squadra competitiva ed ambiziosa. Il marchio di fabbrica però rimane il gioco, il “calcio totale”, che dai tempi di Rinus Michels viene insegnato e perseguito a tutti i livelli dalla prima scuola calcio.

E infatti, quello che ha impressionato ieri sera, come anche nelle partite che hanno portato alla clamorosa eliminazione del Real Madrid, è la convinzione e la sicurezza che i giovanissimi lancieri hanno esibito come si trattasse di una squadra esperta e non di gruppo di ragazzi. A questo va aggiunto un fraseggio, delle trame e una tecnica invidiabili, segno evidente di una grande conduzione tecnica e tattica dell’allenatore Erik ten Hag che segue i valori classici, ma ci mette del suo. Siamo di fronte alla nascita di una stella credo, di un giovane tecnico destinato a segnare un nuovo modo di muoversi in campo e che sicuramente sa il fatto suo visto come ha imbrigliato, irretito i bianconeri che sono, di là dal sarcasmo con cui ho iniziato questo pezzo, una squadra eccezionale, che era giustamente accreditata ad arrivare in fondo e di gran lunga la più forte in Italia. E forse è proprio questo il limite che incontra la Juve dove spesso in campionato si allena e non è sempre chiamata a esprimere l’intensità richiesta in Europa.

Il Milan è abbastanza lontano dal vertice, e quindi dai bianconeri, anche se non ha fatto brutta figura allo Juventus Stadium, episodi a parte, complice anche la distrazione di Coppa per gli juventini. Deve però lottare per altro, per sentire almeno la musichetta di metà settimana, per potere ritornare a vivere le emozioni di queste serate. Poi come si vivranno si vedrà visto il gap che queste semifinali hanno espresso rispetto la media italiana. Per arrivare a fare questo mancano 6 partite. Sei match importanti, decisivi, sostanziali. Sei gare di campionato però, da gestire e condurre come partite di un torneo lungo e non verticale. Smettiamola per favore di chiamarle finali, di dire che ci aspettano dieci, undici o sette finali. Intanto, prima delle finali ci sono le semifinali, o anche i quarti che possono essere decisivi, come ben sanno gli amici bianconeri, per esempio. E poi il patos, l’emozione, le vibrazioni di una finale di Champions non possono essere dati da Torino Milan né, tanto meno, Milan Frosinone, con tutto il rispetto. Saranno importanti, forse decisive per il futuro rossonero, ma ben altra cosa dal vincere, o perdere, qualche titolo. Per quello ci sarà una semifinale di Coppa Italia, in casa, che può portare a disputare la finale, piccola ma vera, per alzare qualcosa, che non sarà la Coppa dalle grandi orecchie, ma comunque aprirebbe a nuove prospettive. Per il piazzamento Champions invece ci dovrà essere costanza, tenacia e forse anche un po’ di presunzione, simile a quella esibita dall’Ajax, necessaria per dar fiducia vera a un gruppo che può, anzi deve, migliorare e crescere nelle aspirazioni, e diciamocelo, anche nei comportamenti dei singoli. La scenetta a fine partita con la maglia di Acerbi non è stata edificante. Niente di clamoroso ma bisogna sempre ricordarsi, in campo e fuori, in quale società si gioca. Ecco perché non devono essere finali, ma partite sempre importanti e determinanti perché s’indossa la maglia del Milan!

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