Milan: ripartire dalle ripartenze

Fabio Conte

I tifosi milanisti sono contenti. Superato lo scoglio di Verona, che diventa fatale solo quando è fatale, i sorrisi si sprecano, si amplificano le lodi complici i balbettii delle dirette concorrenti.

La squadra è bella da vedere, gli attaccanti sono prolifici e i tentennamenti in difesa regalano partite in generale  vivaci e imprevedibili. Naturalmente se un appassionato ha un minimo di spirito critico converrà che il gap con la Juve e la Roma sia ancora ampio – e il risultato di ieri della squadra di Garcia con il Bayern dimostra le distanze esistenti con l’Europa che conta -. Certamente sembra che la cura Inzaghi stia togliendo la depressione e l’apatia caratteriale che aleggiava sulla squadra la scorsa stagione. Quello che mi ha colpito a livello tattico, al di là di formule numeriche è l’atteggiamento che sempre più spesso i ragazzi riescono a mettere in campo. Scanzonati e guasconi, convinti dei propri mezzi, iniziano le partite con leggerezza e voglia. Quando finisce l’effetto euforia, una volta in vantaggio,  se vogliono cercare di controllare la partita ecco che escono le difficoltà.  Conscio delle carenze difensive e del tasso tecnico dei centrocampisti mister Inzaghi ha deciso di tener compatta la squadra facendola partire qualche metro indietro, lasciando quindi spazio e campo alle incursioni dei nostri in avanti. Ed ecco che aleggia subito, nelle disamine tecniche lo spettro del “contropiede”. Premesso che come diceva l’inarrivabile Gianni Brera, la vituperata  tattica è consona allo spirito italico, dai tempi degli Orazi e Curiazi aggiungerei, anche tenendo fede ai parametri del sommo Giuannin sono cambiati genia, alimentazione e anche mentalità dei pochi italiani rimasti nelle nostre squadre. Ma ricordiamoci, restando nell’ambito rossonero dell’era berlusconiana, di come realmente si giocava in determinate  annate a volte un po’ mitizzate. Arrigo Sacchi, per non sbagliare, aveva cambiato il termine in “ripartenze” sontuosamente  interpretate da Ruud Gullit e Roberto Donadoni su tutti. L’olandese stupì il calcio italiano inventando il lancio lungo a se stesso: arrivava sempre prima degli avversari bruciandoli con allunghi di venti metri. Donadoni premiava, magari dopo una veronica, gli affondi di Tassotti, Maldini o Colombo in spazi trovati e cercati. Ricordate i gol a Napoli di Van Basten e Virdis e ancora,  Rijkaard nella finale di Coppa Campioni nel ’90 o nell’intercontinentale contro l’Olimpia di Asunción in collaborazione sempre con Van Basten? Capello, cresciuto negli anni gloriosi del contropiede si trovò  diventato allenatore una squadra potente, ma discepolo di Rocco, non disdegnava giocate ficcanti: da manuale per esempio l’azione corale con  gol di Boban a Parigi in una difficile partita contro il PSG. E poi Savicevic, Weah, Shevchenko, Kakà, Pato; quanti gol in contropiede, in ripartenza, in velocità. Certo le formazioni di cui abbiamo detto in tanti casi erano complete,  ricche di classe e superiori alla media degli avversari, che erano schiacciati ed assediati in molte occasioni. Ma mi domando perché in un momento particolare di ricostruzione,  aspettando certezze, cercando convinzioni, non si possa sfruttare, con tutte le modernità tattiche del caso, il metodo più semplice e sicuro per tornare ad essere competitivi. C’è chi su questa tattica ha costruito una carriera; se il Milan costruirà la chance per tornare in Europa, con brio e qualche brivido ma anche divertendo, farà tornare i tifosi pronti ad applaudire, coi giusti innesti, la grandeur dei tempi migliori.

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