Milan: sigla finale

Fabio Conte 2

18 luglio 1986 sono passati trent’anni dall’arrivo della squadra all’Arena in elicottero, sulle note della Cavalcata delle Valchirie che apriva la storia di Berlusconi al Milan, e del Milan di Berlusconi.

Non vorrei di nuovo intonare i peana sulla gloria dei titoli conquistati, ma sarebbe ingeneroso non considerarlo. La splendida musica di Wagner però, era traslata dall’opera omnia e faceva il verso alle immagini di Apocalypse Now di Francis Ford Coppola, allora da poco uscito sugli schermi con enorme successo. La scena di guerra a cui si faceva riferimento, terribile e spettacolare, doveva descrivere l’orrore, o l’abitudine a viverlo, ma la maggioranza del pubblico, me compreso, era rapito da un’esaltante operazione di supremazia bellica. Pesando i dovuti termini di paragone, visto che oggi, una guerra subdola sembra averci raggiunto nelle nostre strade, e tornando a parlare del nostro fatuo calcio, la supremazia d’idee e di forza economica del giovane Berlusconi, si rivelò decisamente superiore e vincente rispetto allo status quo, al sottobosco dove si nascondeva il calcio italiano. E, infatti, da subito, emerse il vento nuovo che soffiò con forza e freschezza anche in Europa e nel mondo, il vento di vittoria. Non sono d’accordo a chi imputata proprio ai prodighi investimenti di Berlusconi di quel periodo, l’impennata dei costi del calcio. Gli anni ottanta e novanta sono stati esosi e ricchi in Italia e nel mondo. Forse a lui si può imputare di aver fatto capire a tutti quanto margine di business ci fosse intorno al calcio, cosa che altri han continuato a sfruttare crescendo, mentre qui si dava sfogo alle ambizioni politiche.

Siamo però costretti, dopo cinque lustri di vittorie, a far conto con la realtà degli ultimi anni e con l’incertezza attuale. Lontano il vigore, lontana l’energia, assente la programmazione, insufficienti le risorse, ci si ritrova con la diaspora dei tifosi e l’affievolirsi dell’amore che sosteneva la squadra, lo scetticismo nel futuro, l’assenza di fiducia che colpisce ogni aspetto e responsabile della società. Si vive pensando al passato come paragone, distorto visto che il mondo è cambiato, con l’ansia di rivalsa immediata, con stupore per la mancanza di fondi. Eppure, ci sarebbe stato tutto il tempo per recuperare, per ritrovare la fantasia e l’entusiasmo della prima ora. Se si guarda la cammino recente della Juventus dopo l’azzeramento di calciopoli, alla sua programmazione e rinascita, ci si domanda come non sia stato perseguibile anche ad Arcore. Perché ci si sia voluti piegare al fair play della Uefa con la cessione di pezzi da novanta, pezzi di cuore soprattutto, quando altre società hanno continuato a spendere e spandere, ma soprattutto senza pensare ad altre possibilità d’introito che non prevedessero il depauperamento tecnico della rosa. Come non sia stato prevedibile, che il volano dello stadio di proprietà, ci avrebbe catapultato nel futuro, per rimanere nell’elite europea, sfruttando magari, quando c’era, il vantaggio politico per agevolazioni almeno logistiche, come, ad esempio, il regalo comunale ai bianconeri del suolo dove sorge il loro stadio. Così oggi, per mancanza di fondi, si perdono le occasioni di prendere Pjaca e Benatia, si fa fatica a prendere Musacchio, ad esempio, obbligati prima a vendere Bacca, miglior realizzatore dell’ultimo Milan e uno dei migliori goleador all’esordio in Italia di sempre. Dal 2012, con l’unica eccezione dello scorso anno, dove si è speso per provare a vendere meglio rimanendo poi con un palmo di naso, le campagne acquisti sono state all’insegna dell’occasione, del parametro zero, del saldo, del prima vendiamo e poi compriamo. Come si possa convincere così, grandi giocatori o ambiziose promesse a sposare la causa del Milan non è dato sapere. Ci si domanda, chi dei nomi che vediamo sulle magliette rossonere di oggi, possa confrontarsi, non tanto col passato milanista, ma con molte delle attuali, squadre di livello in Europa: se ne salveranno tre o quattro. Dove saranno i duecento milioni all’anno promessi, coi soldi degli altri, dal Presidente? Ci si chiede se esistano visto che un dirigente, criticato e criticabile forse, ma di sicuro credito come Galliani, non chiude un affare perché non riesce a convincere nessuno che esista un progetto e che i soldi ci siano, o almeno che arriveranno. Ma arriveranno? Esistono questi investitori? Chi sono? Possibile che nessuna fonte di giornalismo economico accreditato, non abbia avuto una soffiata, nessuna dritta, neanche un nome su chi faccia parte alla cordata? Per credere e sperare in un futuro migliore siamo costretti ad un salto alla cieca, pronti ad un lancio nel buio, paracadutati in una società nebulosa. Siamo alla fine di un’era, di un ciclo, l’apocalisse è adesso, ora. Non si sente più Wagner, non si pensa più alla gloria della Cavalleria dell’Aria, ma alla cruda e simbolica mattanza del bufalo sul finire di quel tragico film, e risuonano le note cupe e irrimediabili, così orientaleggianti, dei Doors: this is The End…

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