Milan: strutturarsi per le sfide del futuro

Fabio Conte

Si sta formando la squadra: la squadra che farà la squadra. È lento e ponderato l’approccio alla costruzione delle fondamenta del Milan di Elliott. Si sta puntando su una struttura dirigenziale che possa avere un responsabile per ognuna delle problematiche di crescita che la società dovrà affrontare. Maldini ha evidentemente ottenuto di potersi attorniare da persone che possano offrire specifiche soluzioni allo sviluppo economico, al rapporto con le istituzioni europee, al mercato.

Una società calcistica come il Milan forte di un brand storico, che medita di tornare a frequentare i vertici del movimento, è una media impresa in termini di dipendenti con fatturati e soprattutto investimenti da grande impresa. Investimenti che non garantiscono, di per sé, la buona riuscita del progetto dovendo operare in un ambito fluido e mutevole e soggetto a decisioni imprevedibili o episodi casuali.

Ai più, me compreso, poco avvezzi alle strutture piramidali delle grandi società sembra a volte che esistano, in particolare nel Milan, ruoli sovrapposti, forti di titoli manageriali in fantasioso inglese, che un buon riccone degli anni ‘70 avrebbe delegato al cugino, o al fratello dell’amante. Ma i tempi sono cambiati e ha cominciati a cambiarli proprio Silvio Berlusconi entrando con mentalità innovativa alla fine degli anni ’80. Sono passati tre decenni da allora e oggi siamo alle soglie di un’era nuova, forse di un cambio epocale. Il progetto Super League tanto sollecitato da Andrea Agnelli, se andasse in porto, ratificherebbe un’elite calcistica che aumenterebbe l’interesse, l’offerta e ovviamente i guadagni di chi ne farebbe parte, ma si allontanerebbe da tutti i movimenti calcistici di ogni singola nazione. Oggi il Milan è coinvolto nell’ipotesi di questo progetto grazie alla sua storia e, naturalmente, al bacino di tifosi che richiama, non certamente per meriti qualitativi. Non sto giudicando l’idea, di cui ho sentito solo i propositi senza vederne le analisi. È ovvio che un prospetto nuovo, in un ambiente inamidato come il calcio, avrà dei fieri oppositori che possono vantare una serie di rimostranze a prima vista in gran parte sottoscrivili. Ma non sarebbe il primo sport dove l’eccellenza trascini il movimento su nuovi livelli di business, abbandonando le tradizioni consolidate ma offrendo un nuovo slancio come spirito di emulazione e come ricchezza a caduta. Non so se questo treno partirà ma l’importante è averne il biglietto. Se poi viaggerà sui binari del Financial Fair Play sarà tutto da verificare.

Il capitano dall’occhio ceruleo lascia il Milan dopo sette anni. Riccardo Montolivo non è stato uno dei capitani storici del Milan anche perché lo è diventato dopo il lungo regno di Paolo Maldini, in una squadra ridimensionata in personalità e in ambizioni. Giocando in zone del campo dove l’occhio del tifoso rossonero era abituato a vedere giostrare Pirlo o Seedorf, pagando anche la qualità delle punte che era chiamato a servire, non è riuscito ad accendere un totale feeling con San Siro, soprattutto con i tifosi più esigenti, quelli che erano riusciti a fischiare anche Seedorf o Rui Costa. Ha subito in nazionale un grave infortunio con ricaduta che l’ha costretto a lunghi periodi assenza. Anche per questo gli era stata tolta la fascia, che balzellava da Abbiati ad Abate fino all’infatuazione montelliana per il forestiero Bonucci. Con Gattuso non c’è stata da subito sintonia, diventato poi ostracismo vero perché pare fosse autore delle delazioni dallo spogliatoio. Cosa ci fosse da tenere così segreto un giorno l’allenatore lo dovrà spiegare, visto che la situazione ha sfiorato il mobbing, anche autolesionistico in certi momenti della stagione, ancor più curioso per i tanti perdoni che ha dovuto dispensare il tecnico durante l’annata. Qualcuno contesta che sia rimasto a percepire lo stipendio, come se tutti quelli che hanno problemi al lavoro mollassero per fierezza, come se non fosse suo diritto sperare in un’opportunità, in un ripensamento. Tra l’altro altri suoi compagni, anche di reparto, non mi pare non passassero alla cassa pur avendo dimostrato maggior inadeguatezza calcistica. Non si è chiusa bene quindi l’avventura di Montolivo in rossonero ma io rimango convinto delle doti del giocatore, forse non eccelse, ma nemmeno esaltate dalla qualità media delle ultime tribolate annate. Rimane il ricordo dell’ottima prima annata, quella della rifondazione, con l’approdo in Champions al terzo posto e, come chiusura, l’ultimo derby vinto, 3-0 nel 2016, finito tra gli applausi anche dei suoi detrattori. Speriamo sia un ricordo di buon auspicio visto il livello di tensione che, sono certo, raggiungeranno le prossime stracittadine milanesi.

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