Milan: un bilancio di crescita, ineleganza e ricordi confusi

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Centoquarantacinque milioni di deficit sono lunghi da scrivere e ancor di più da valutare.

In realtà sono 145,9 e possiamo pensare a come potrebbe cambiare la nostra vita con quella “piccola” differenza dopo la virgola. Scherzi a parte, ci siamo purtroppo abituati a questi pesanti passivi delle squadre calcistiche e nel Milan in particolare. In questo bilancio rossonero c’è il mercato dello scorso anno, non quello di quest’estate, e quello invernale con l’arrivo di Paquetà e Piatek; poi mancate entrate dovute all’assenza dalle coppe e all’abbandono di qualche sponsor; è rilevante e sintomatico il costante rallentamento dei ricavi anche se bisogna segnalare un positivo importante aumento del patrimonio netto della società. Significativo anche che si sia voluto far pesare su questa presentazione tutti gli investimenti e le capitalizzazioni che potevano essere spalmate in più annate, gravando questo bilancio ma dando modo di poter ripartire ripuliti e con più ampie linee di credito nelle prossime stagioni e, soprattutto, quando ci si presenterà a maggio per un probabile Settlement Agreement con l’Uefa. C’è quindi un preciso progetto di risanamento, che palesa oggi le difficoltà degli ultimi anni, ma segnala l’impegno del Fondo per riportare la società al livello che gli compete.

Proprio per questi meriti però, è sembrata stridente e inelegante la dichiarazione di Gazidis, viste le prime critiche levatesi verso la società alla sostituzione del tecnico, che sottolineava come il Fondo Elliott avesse salvato il Milan dalla serie D. Anche se vero, o per lo meno plausibile, visto le difficoltà di Yonghong Lì a coprire un nuovo aumento di capitale (pensavo, quando se n’era andato, di non dover palare mai più di questo personaggio), anche se Fassone (vorrei dimenticarmi anche di lui) affermava che ci fossero comunque i soldi almeno per l’iscrizione allo scorso campionato. Se questo fosse vero, non si sa cosa sarebbe potuto succedere una volta inclusi nella manifestazione o chi sarebbe potuto intervenire. Sicuramente però, l’ancora di salvezza che rappresentava il fondo di Singer grazie al suo prestito, era già chiara a tutti gli interlocutori della società, sia istituzionali sia mediatici, inclusi molti tifosi. Anzi, ai più, è parso ci fosse una precisa strategia, ben suggerita, che avrebbe portato non tanto a un salvataggio ma a una calcolata veicolazione della proprietà dalla sfocata e ambigua presidenza orientale, al rigoroso e consistente fondo anglo-americano . Forse hanno sorpreso i tempi, probabilmente non calcolati alla perfezione, per l’inadeguatezza effettiva del personaggio cinese, ma l’intervento è subito apparso pronto, quasi programmato, sicuramente preventivato. Non mi pare quindi che il Fondo Elliott si sia mosso a compassione, credo non l’abbia mai fatto con nessuno, della povera e sfortunata società calcistica italiana dei loro cuori. Non hanno salvato il Milan dal fallimento ma l’hanno acquisito nel momento di minor valore. Se fosse andato in serie D sarebbe bastato un piccolo presidente nostrano per ricominciare senza troppe pretese, ma la tragedia calcistica avrebbe travolto il precedente proprietario.

E, infatti, non è stata bella e soprattutto fuorviante, anche la conseguente risposta di Silvio Berlusconi che in un sussulto di milanismo ha bollato l’uscita di Gazidis “da gabinetto”. Imprecisa come la dichiarazione di Galliani, che doveva supportare quella di Berlusconi, che ha sbagliato anno e tempi, dimostrando ancor di più come la vendita di Fininvest al curioso referente orientale potesse prevedere soluzioni di ripiego e non avesse puntato su un acquirente serio e finanziariamente inattaccabile. Il tempo lentamente passa e più ci si allontana da questa strana e travagliata cessione più la voglia di relegare tutto nella nebbia dei ricordi sembra tentarci. Finché però riusciamo ancora a ricordare, e qualcuno si pone ancora delle domande, bisognerebbe essere un po’ più precisi sui fatti e, soprattutto, rispettosi nei confronti dell’intelligenza dei tifosi.

Tifosi che, passata l’arrabbiatura, stanno aspettando la partita col Lecce, previsti almeno 50mila a San Siro, per valutare il lavoro di Pioli che, a mio parere, godrà di una riserva di credito proprio per il suo modo di presentarsi lineare e schietto. Ci dovrà però essere una sterzata d’impegno da parte dei giocatori e un semplice ma convincente modo di stare in campo, senza fronzoli ma con orgoglio. Bilanci, programmi, ricordi devono tutti restare negli spogliatoi. Il tifoso vuole tornare a divertirsi, e ci si diverte di più vincendo.

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