Parare la storia: Abbiati e il Milan che non c’è

Fabio Conte

Applausi e nostalgia a San Siro, sabato sera per l’ultima di campionato. Applausi nostalgici anche da chi gli ha spesso gridato contro, da chi è stato ipercritico, da chi l’ha deriso, ma oggi capisce quanto Christian Abbiati sia stato parte della storia vincente del Milan.

A me è sempre piaciuto. Per il modo asciutto e annoiato di parare. Per l’approccio opposto, ma ugualmente efficace rispetto a Sebastiano Rossi. Per il modo asciutto e ancor più distaccato  di Nelson Dida. Lui nasce, coltiva, esalta il milanismo, con tante parate importanti, ma firmando indelebilmente due momenti storici ed epici.

Teso e nervoso, seguivo scaramanticamente l’ultima decisiva di campionato a casa del mio amico come avevo fatto per tutta la stagione. Era diventato un rito, anche se  anch’io avevo la possibilità di seguire  le partite esterne in tv. Ma ero andato da lui, nella villetta alle porte di Milano, alla prima vincente, ed era diventato, questo fare i chilometri, questo superare gli ostacoli –i guidatori domenicali-, come rito della trasferta mignon. Era il ’99. All’ultima di campionato però, quando il Milan si giocava a Perugia la partita decisiva e finale, proprio quando era necessario ogni tassello propiziatorio, s’inseriva una variabile impazzita. La comunione, cresima o chissà che del figlio del mio amico. Torte, pasticcini, aranciate e Cocacole, amichetti e tanti, tutti i parenti. Dario, il mio amico, mi aveva rassicurato: ok, non la vedremo in sala come al solito, ma in taverna,  pochi ed appassionati. Era un campionato complicato ed insperato. Il Milan s’era fatto strada tra rovesci, moduli, trequartisti, e staffette. Qualche campione certo, alcuni ottimi comprimari, un paio di sorprese irripetute, ed un portiere fumantino, “Seba”, che aveva prima ripreso il “suo” posto al solito sfidante, poi cedendolo però, per squalifica, al terzo portiere, giovane di buone speranze. Christian entra e non esce più. Era lui il titolare a Perugia quando il Milan doveva vincere per vincere e il Perugia doveva aspettare che la Salernitana pareggiasse almeno. E cosi in una taverna nel Parco Agricolo, mi son trovato a seguire l’epilogo, trepidante, nervoso, e infastidito dagli imprevisti; con un paio di conoscenti, curiosi e neutrali, il mio amico distratto e suo zio. Lo zio interista. Tossente, sacente, e beffardo. Bauscia, si dichiarava sicuro della vittoria rossonera,  che vedeva immotivata e fortunata, ma ineluttabile per la pochezza e l’assenza di motivazioni degli avversari (sic). Parlava solo lui. Il resto è storia: è storia la favolosa, decisiva parata di Abbiati  sul tiro maligno di Bucchi, che blindando il vantaggio per 2-1  avrebbe regalato lo scudetto. E’ storia la mia esplosione, gli insulti, le invettive con sarcastiche frecciate sull’essenza interista che ammutolirono lo zio per tutta la giornata e, mi dicono, per un bel po’ di giorni. In famiglia ne parlano ancora, qualcuno sogghignando.

La settimana che precede un derby è ovviamente strana e tesa. Figurarsi due derby ravvicinati, che valgono la finale di Champions, per sfidare in finale la nemica di sempre, la Juventus, per giunta. Si era nel 2003. Non si respirava in città, non si riusciva a pensare ad altro. Tutti ne parlavano, tutti chiedevano, ottenendo come risposta un cenno, un sospiro un’alzata di ciglio. Sulla metro, nei bar, per la strada ci si guardava sospetti cercando di indovinare la fede da atteggiamenti caratteriali e fisionomie lombrosiane. Così dopo quello di andata, dominato territorialmente dal Milan ma pareggiato senza reti dagli ospiti interisti, quest’ultimi erano fiduciosi per il ritorno in “casa”, mentre i casciavitt facevano i casciavitt e stavano zitti pensando alla “trasferta”. Il gol di Shevchenko, trovato, cercato, dribblato tra le gambe di Cordoba scioglieva la tensione e scatenava i cori. I nerazzurri ci provavano, ma imbrigliati e sterili.  Poi, inaspettata, una rovesciata maldestra di Costacurta lanciava quel furetto di Martins dall’esultanza giullare, che solo un interista poteva amare. La tensione tornava, la supremazia scemava e clamorosamente l’Inter si faceva sotto. Ma c’era lui. Lui che sostituiva Dida infortunato. Lui, serafico, tranquillo e sicuro. Lui, s’avventava su Kallon che rubata palla cercava d’imitare il “fratello” Oba Oba, e gli opponeva la rotula, il menisco esterno, o forse il legamento del suo ginocchione che spizzava, deviava, spingeva la palla in calcio d’angolo. E in tribuna stampa, come in tutto lo stadio si saltava e ci si abbracciava, o almeno alcuni lo facevano, altri no. E così sotto la curva, per ultimo, da lontano, partiva, correva e correva, sotto la sua curva anche lui, con tutti i milanisti, quella sera, presenti come me, festanti e sollevati come tanti. Lui, ancora protagonista.

Ma come, direte, con la sconfitta imbarazzante e netta con la Roma, le dichiarazioni dell’allenatore, e soprattutto con la finale di Coppa Italia alle porte, tu parli di Christian Abbiati che lascia e meritava appena un saluto?

E no, proprio Christian, anche quest’anno, ha detto tutto: s’è esposto chiaramente per Mihajlovic, ha accolto l’amico Brocchi, l’ha aiutato anche nell’ultima, suggerendogli di badare alla squadra e non alla sua eventuale passerella. Ha spinto, cresciuto, battezzato Donnarumma. Sabato ha ringraziato i tifosi per non essersene andati, cosa che probabilmente avrebbe capito, per essere rimasti ad applaudirlo. E sì, perché gli applausi di sabato son stati solo ed esclusivamente per Abbiati. Poi fischi e scherni per una squadra desolante, che non c’è, e in cui Christian non si riconosce. Per questo se ne va, gli fa male. Lo vorrebbe fare però con le braccia in alto, con la manona perugina che alza una coppa, col ginocchio fatato che salta felice. Provaci Abbia, speraci Abbia.

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