Parla Boban: ”Italia, riscopri l’arte di Rivera e Baggio”

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Straniero Boban? La battuta scontata è che Zvone parla la nostra lingua meglio di tanti calciatori italiani. Il discorso più serio è che, arrivato nel 1991, con la sua Croazia da poco Stato indipendente, si è integrato alla perfezione: ha dato e ricevuto tanto.

Oggi è un opinionista che non addolcisce mai la verità, così bravo da far quasi dimenticare che “10” sia stato. Senza mai smettere di studiare football e storia, simbolo dell’indipendenza croata – storico il calcione al poliziotto serbo che colpiva un tifoso croato in Dinamo Zagabria-Stella Rossa -, Boban racconta la sua Italia-Croazia.
Italia-Croazia 1-2 a Palermo, 16 novembre 1994. Vent’anni fa esatti, qualificazioni europee, lei in campo con la generazione di Suker, Prosinecki. Che cosa ricorda?

“Noi senza allenatore, perché Blazevic aveva problemi personali e così ricorriamo a Ivic, ma anche senza complessi di inferiorità. Voi vice-campioni del mondo, ma un po’ stanchi e svuotati. Prevalgono personalità e motivazioni contro i più forti. Ivic s’era inventato qualcosa di strano, tipo Suker largo a sinistra, ma in campo abbiamo fatto di testa nostra. Come altre volte”.
Da 72 anni o finisce pari o vince la Croazia.

“Contro l’Italia maestra siamo vogliosi di dimostrare di essere squadra e di valere… Talento e fisicità non erano mai in questione. Per questo sono state sempre partite equilibrate e intense. Lo sarà anche questa. Sotto il profilo tattico il calcio italiano ora è decadente, ma rimane punto d’arrivo calcistico grazie alla cultura del vivere e del pensare al pallone, alla passione enorme. Continuate a insegnare al mondo perché i saperi calcistici italiani vivono ormai dappertutto, e in tanti addetti ai lavori”.

“Non mi piace il ricorso al 3-5-2 e al rombo. Perché l’occupazione degli spazi è precaria: a grande livello si soffre se difendi troppo basso”.

L’Italia è il Paese dell’arte e della cultura, ma nel calcio è quello del risultato. Perché?

“C’erano Rivera, Baggio, Maldini, Baresi….. Siete un popolo supertalentuoso. Il fatto è che avete un po’ tradito arte e talento sviluppando, primi al mondo, concetti tattici e di gioco collettivo che sono stati portati all’esasperazione: così, senza lavoro individuale nei vivai, i talenti non sviluppano il loro potenziale negli anni formativi. Si trascura troppo l’uno contro uno in ambedue le fasi. È gravissimo, diventa dura produrre nuovi Totti e Del Piero, perciò passano quasi 15 anni da Pirlo a Verratti. Bisogna produrre giocatori, non risultati, almeno nei vivai”.

FONTE GAZZETTA.IT

FOTO ZIMBIO.COM

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