Berlusconi, Seedorf e quelle critiche “in pectore”…

M_Berlusconi-Seedorf

Che a Silvio Berlusconi piaccia vincere è cosa nota.

Che ami il bel gioco forse ancora di più.

Vincere e convincere. Padroni del campo e del gioco. In Italia, in Europa , nel Mondo. E’ lo slogan – o lo spot – che va in onda a Milanello da quel lontano 20 Febbraio 1986, da quando, cioè, il “Dottore” ha preso in mano le redini di una società sull’orlo del fallimento, ripianandone i debiti e portandola, in poco tempo, sul tetto del mondo.

Sacchi prima, Capello poi. Due modi diversi di intendere calcio, due filosofie agli antipodi, due vincenti comunque, Arrigo da Fusignano e Fabio da Pieris. Scudetti e Coppe. Coppe e Scudetti. Record di imbattibilità. Record di abbonamenti. E bel gioco sempre (o quasi) e dovunque, per la gioia del Presidente e del suo palato fine.

Il Milan dei record, il Milan degli Invincibili, il Milan degli Immortali. E che ha fatto la storia.

Vennero poi le annate magre di Tabarez (mai digerito), del Sacchi bis (richiamato in fretta e furia dopo la cacciata dell’uruguagio e la fatal Piacenza), del Capello bis. Era il 1997-1998 quando “Don” Fabio da Madrid, fresco vincitore della Liga contro il Barcellona di Ronaldo, tornò al capezzale di un Milan malato ed orfano della sua guida. “Possiamo vincere tutto“, “Faremo un’annata straordinaria” furono i proclami iniziali di quella stagione. Morale della favola: 10° posto, sconfitta in finale di Coppa Italia con la Lazio, debacle la domenica seguente con la Roma in campionato per 5-0.

Niente più bel gioco, niente più calcio champagne, niente più lezioni da dare agli avversari. E da Arcore, quella stessa domenica, Berlusconi preannunciò il nuovo corso.

“Il Milan ha bisogno di un nuovo gioco, di nuovi schemi, di una ventata di freschezza”

Si apriva così l’era Zac, del 3-4-3, e dello scudetto di Perugia. Un’annata di transizione trasformata in trionfo, al di là di ogni previsione. Ma le critiche e le osservazioni al tecnico, al suo schema, alle sue scelte, al suo modo di allenare i giocatori furono una costante dai piani alti, per un Milan non più dato ai milanisti. E la paternità di Boban dietro le punte, che garantì le ultime 7 vittorie consecutive, resterà per sempre un mistero.

Il resto è storia recente. L’esonero di Zac a metà della terza annata, culmine di un amore impossibile e mai nato. La chiamata del figliol prodigo Carlo Ancelotti, l’interregno di Leonardo, la scelta, accettata e mai digerita, di Allegri.

Trionfi. Coppe, Supercoppe, Mondiale per club, Palloni d’oro, Scudetti. Il grande Milan era tornato. Il calcio champagne tanto amato dal presidente aveva rifatto capolino dalle parti di San Siro. E con gente come Seedorf, Kaka, Pirlo, Gattuso, Inzaghi, Shevchenko, Rui Costa, Ibrahimovic la “mission” presidenziale tornava a prendere corpo.

Ultima gioia, Pechino 2011, Supercoppa Italiana, vittoria sui cugini per 2-1, Ibra e Boateng. Da lì, lo smembramento, per alleggerire il bilancio, di una squadra che sembrava pronta ad aprire un nuovo ciclo, l’acquisto di giocatori non paragonabili ai loro predecessori, le critiche, le contestazioni, gli spifferi continui e violenti ed una panchina, quella dello yes-man Max Allegri, mai realmente stabile e sempre traballante. Revival Zaccheroni. Allenatore scelto da altri (Galliani) ed accettato per rispetto ma non per convinzione.

Ora Clarence, pallino di Berlusconi già da qualche tempo. E con lui il  4-2-3-1, le difficoltà, le scelte incomprensibili, una identità ed un equilibrio ancora da ritrovare. E dopo Napoli, si dice, i primi malumori presidenziali, subito smentiti da Galliani.

Forse per l’ombrello è ancora presto, ma tenerlo lì, a portata di mano, per chi è sulla panchina del club più titolato al mondo, non  è mai fatica sprecata.

 

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