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EDITORIALE DEL GIORNO
Maledizione brasiliani: dodici mesi dopo, stessa storia. Vergogna Nazionale, anche fuori dal campo
Come l’anno scorso, sono ancora i brasiliani a bloccare il mercato rossonero.
Dodici mesi fa, la mancata cessione di Robinho al Santos impedì a Tevez di vestirsi di rossonero e lo indirizzò verso Torino. Oggi siamo molto vicini a un epilogo simile. Protagonista questa volta Juan Manuel Iturbe. L’ala del Verona è al centro di un intrigo. Sogliano ha promesso a Galliani di attendere fino al 30 giugno, ovvero il giorno in cui scadrà l’opzione di rescissione unilaterale di Kakà. Al numero ventidue, continuano a non bastare i soldi che il San Paolo gli offre fino a marzo. L’accordo è lontano, perché il “bimbo d’oro” vorrebbe il doppio di quanto offre il club paulista, che tra l’altro è il suo primo amore. Posto che Robinho non ha nessuna offerta, il sacrificio di Kakà sarebbe necessario per provare poi ad accaparrarsi l’argentino del Verona. Tra oggi e domani arriverà in Italia l’ingegner Bosco Leite, padre di Ricky, il quale incontrerà Galliani per chiedergli di avere la possibilità di rimanere fino a gennaio in rossonero per poi rescindere e volare ad Orlando. L’amministratore delegato risponderà picche. Per cui, Kakà o rescinde ora, oppure aspetta la naturale scadenza del suo contratto. Le tanto sbandierate scelte di cuore cozzano con la realtà insomma, quella realtà che fa prediligere il denaro, sempre e comunque. E’ vero che lo scorso anno Kakà si era dimezzato l’ingaggio, ma l’obiettivo Mondiale in casa era troppo ghiotto. Tutta questa situazione quindi avvicina in maniera notevole Iturbe alla Juventus, per una sorta di operazione Tevez-bis, ed il Milan per la seconda volta in un anno rischia di essere beffato dalla rivale storica, e sempre a causa di un brasiliano che non esce. Per il futuro, forse, è meglio puntare su calciatori di altri Paesi…
Il delirio post-Mondiale sta pian piano sfumando. E finalmente direi. Il vile scaricabarile su Mario Balotelli sarà dimenticato presto, giusto il tempo di tornare in campo. Mario probabilmente andrà via dal Milan, anche per quello che è successo in Brasile. Il bresciano vorrebbe prendere le distanze da una nazione che l’ha crocifisso in mondovisione, nonostante fosse l’unico di tutta la spedizione ad aver tirato in porta e segnato un gol decisivo. Le parole di Buffon, De Rossi e Prandelli sono state l’autentica croce sopra a un progetto perso in partenza. Un progetto che non sarebbe mai potuto essere vincente, perché quando ti presenti con cinque difensori e quattro interditori nella gara decisiva, lasciando tutte le punte in panchina, non puoi che essere punito. Prandelli in tre partite ha solo speculato, in barba della nomea di allenatore propositivo che l’aveva accompagnato in Brasile. Un cambio di mentalità inspiegabile dall’inizio della rassegna iridata in poi. Come se l’infortunio di Montolivo gli avesse tolto tutte le poche certezze costruite in quattro anni di lavoro. E accusare Balotelli era l’ultima cosa da fare. Lui, come Buffon e De Rossi. Entrambi avevano tutto il diritto di pensare le cose dette nel post Uruguay-Italia, ma Buffon essendo capitano avrebbe dovuto al massimo esporle in privato, nel chiuso dello spogliatoio. De Rossi invece avrebbe dovuto ricordare la gomitata che otto anni fa gli fece saltare quattro gare nel Mondiale poi vinto in Germania. O meglio, le gomitate che hanno caratterizzato il suo seppur splendido percorso da meraviglioso centrocampista. Stesso discorso vale per molti media che hanno tirato l’acqua al mulino dei “senatori”. Gli stessi che hanno crocefisso Paletta dopo l’Inghilterra, salvo glissare su altri. Vomitare veleno su Balotelli era la cosa più facile da fare, ma anche la più sbagliata. E vigliacca.
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