Milan: dieci partite decisive ma non chiamatele finali

Fabio Conte Stadio

Eccoci, dopo la pausa delle nazionali, al rush finale per il campionato. Grande bagarre, come direbbe Guido Meda, per un posto Champions mentre l’Inter appare avviata a tornare a vincere il campionato dopo suo annus mirabilis, il 2010.

La squadra di Conte sembra fatta apposta per imporsi senza tante smancerie con le più piccole e irretire le dirette concorrenti sfruttando la forza e la puntualità dei suoi attaccanti, Lukaku e Lautaro Martinez, e con la compattezza della difesa, praticamente tutti gli altri. Concreta, cinica ed efficace. E fortunata anche, con il virus ad esempio, che è la variante imprevedibile di questo campionato anomalo: piccolo focolaio gestito saltando la gara col Sassuolo giusto prima della pausa e non nelle settimane con tre gare.  Dietro, tutte le altre, col Milan che rintuzza però le pretendenti grazie all’ottimo inizio e alla resilienza alle assenze varie.

Le prossime dieci gare quindi saranno decisive per ritornare a disputare la Champions, la coppa che il Milan conosce così bene ma, soprattutto, competizione che eleva il volano delle entrate oltre che per la partecipazione anche per gli sponsor e per le ambizioni dei giocatori che ci sono e che potrebbero arrivare. Serve però massima compattezza per raggiungere il traguardo, ecco perché, cosa praticamente impossibile da fare in questo periodo, bisognerebbe non parlare di rinnovi, riscatti o nuove acquisizioni. È un’utopia, mi rendo conto, ma per mantenere concentrazione e determinazione i giocatori dovrebbero pensare solo all’obiettivo da raggiungere. Per questo sarebbero stati inventati i procuratori che poi, in qualche caso, hanno preso una deriva protagonistica e boriosa. Nel Milan, si sa, ci sono i casi spinosi dei rinnovi di Donnarumma e Calhanoglu che tengono in sospeso i tifosi tra speranza e risentimento, ma una cosa che si è imparata ad apprezzare in questi due anni è la fiducia verso la programmazione, le valutazioni e la gestione del gruppo dirigente capitanato, e non è un caso, da Paolo Maldini.

Diamo credito a Maldini quindi per risolvere, sottotraccia, i rinnovi e concentriamoci sul sostegno a Pioli e ai suoi ragazzi e sulle partite, tutte decisive probabilmente, senza però chiamarle, per favore, finali. I milanisti hanno avuto la fortuna di aver vissuto diverse volte la finale della coppa più ambita. L’atmosfera, l’attesa e la concentrazione quasi ascetica che anticipa una gara del genere non si può mai avvicinare a una gara di campionato, a meno che non sia l’ultima o la decisiva, e anche così non è lo stesso, la posta in gioco è diversa, meno prestigiosa. Proprio Paolo Maldini ricordava quante sconfitte abbiano fatto da contraltare alle sue numerose vittorie, dando un senso, un maggior gusto, o un equilibrio forse, ai successi. Ma le sconfitte nelle finali sono inappellabili mentre, nel campionato, ci possono essere anche dei pareggi che possono rivelarsi punti preziosi, o punti persi, perché da raffrontarsi coi risultati degli altri. Il Milan sta ritornando al completo e ha espresso a tratti il miglior gioco da un anno a questa parte. Deve continuare a giocar bene e possibilmente vincere tutte le prossime partite, tutte difficili, e con due grossi ostacoli: la trasferta in casa della Juve e soprattutto, all’ultima giornata, la sfida con la squadra più ostica a Mr. Pioli, l’Atalanta. In palio il ritorno, dopo sette lunghi anni, in Champions, speriamo possibilmente da secondi, piazzamento che regalerebbe un maggior contributo Uefa ma permetterebbe anche di andare a vedere fino alla fine la reale tenuta dell’Inter: non si sa mai.

E hai visto mai che l’ambiente dall’altra parte del Naviglio non sia poi così sereno, anche se, a giudicare dalle battute in chiave nonsense così esilaranti che spara Materazzi, “all’estero associano Milano più all’Inter che al Milan”, dev’esserci un vero laboratorio della risata, che Zelig al confronto impallidisce. Meno male che fa per ridere, e forse vuol tenere alto il morale visto il difficile momento per tanti, altrimenti sarebbe potuto cadere nel ridicolo invece che nel comico.

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