Il Milan dovrebbe dire sinceramente cosa intende fare

SportSky.it_Barbara e Silvio Berlusconi

E’ difficile trovare qualcosa non diciamo positivo, ma perlomeno non sconcertante nelle esibizioni di inizio 2015 di questo Milan, capace di battere, in negativo, anche un record che non lo vedeva soccombere nel match a ridosso dell’Epifania da molti anni.

Se un merito, ironicamente parlando, va dato ad Inzaghi, è quello di aver reso il Milan una squadra “emozionante”, capace di sorprendere, in un modo e nel suo esatto opposto, ogni volta che scende in campo. Oltre questo però poco, se non nulla.

Nonostante una presenza presidenziale (ma nulla più delle comparsate a Milanello, visto che non si scuciono più euro per i campioni da anni) mai vista nell’era dei suoi predecessori Allegri e Seedorf, una fiducia forzata dai conti che per effettiva convinzione, ed un ascolto maggiore verso le sue richieste (salvo poi ricredersi, vedasi Armero), il Milan di Filippo Inzaghi è ancor oggi un enigma. Perché se invece fosse quello che si chiude, nemmeno tanto bene, per ripartire in contropiede, sarebbe un’abiura del Verbo calcistico da sempre predicato ossia il “padroni del giuoco”.

Non ce ne vogliano, ma questo Milan ci sembra l’adattamento alla dimensione che la sua proprietà gli ha dato negli ultimi tre anni, cioè quella di una provinciale, di lusso, meglio dire di grande in decadenza, con l’aggravante però che buona parte dei giocatori fatica a rendersene conto, pretendendo di giocare in un team che crede di essere il Real Madrid: prova ne è che quando ci sarebbe da dare il massimo (e anche qualcosa in più), i cosiddetti top player spariscono, sia dal punto di vista fisico che caratteriale.

Insomma, non proprio un quadro esaltante. Magari ci siamo lasciati prendere la mano dallo scoramento; magari verremo accusati di non essere veramente attaccati ai colori rossoneri, di non essere evoluti. Ma non è da oggi che andiamo dicendo che il re è nudo. Sarebbe giusto e rispettoso nei confronti del suo pubblico, che il Milan, inteso come società, facesse finalmente chiarezza e parlasse, con estrema sincerità di obiettivi veri e non di utopie. Le sparate del genere “siamo a posto così” e “siamo ultracompetitivi” con l’obiettivo terzo posto raggiungibile, se ripetute anche contro ogni evidenza hanno l’effetto opposto rispetto a quanto desiderato.

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