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EDITORIALE DEL GIORNO
Milan: Pier Silvio potrebbe essere la soluzione
Quando finisce un amore, ti domandi come sia stato possibile. Ma le ragioni di cuore, si sa, non sono razionali né comprensibili, talvolta.
Quando finisce l’amore di milioni di tifosi però, qualche ragione bisogna trovarla. La passione che riempiva San Siro negli anni sessanta e settanta, l’amore incondizionato nelle dolorose retrocessioni, fino alla sublimazione quasi erotica che accompagnava la scalata alla cima dell’Europa e del mondo, s’è persa, è scemata, arrivata al lumicino. La corsa agli abbonamenti, una volta febbrile, oggi non viene presa in considerazione dalla quasi totalità dei tifosi, avviliti dalla situazione societaria, preoccupati dal futuro, delusi dal gioco e dalla rosa. Anche l’attenzione mediatica, una volta seguita e conseguita, oggi lascia al Milan briciole di citazioni. E, infatti, notizie non ce ne sono, né per l’avanzamento della trattativa, né per il mercato. Questa settimana l’unica notizia è stata la contestazione davanti a Villa San Martino, con accoglimento di una delegazione, come succedeva qualche volta nell’ottocento per ben più vitali richieste, nella casa del padrone, del “sciur”. Anche questa pantomima m’è sembrata dovuta, più che sentita, da una curva che riflette la deriva, che sta attraversando in tanti aspetti, il mondo Milan. Pare che sia stato trovato un Berlusconi debole e sofferente, anche per le sorti della società, forse rendendosi conto di non aver fatto la scelta migliore per il futuro, ma non avendo le energie per condurre, o cambiare la trattativa come avrebbe fatto un tempo. Ma siccome non si è ancora arrivati alla firma, alla chiusura dell’affare, e visto che l’esclusiva è scaduta, forse sarebbe il caso di riflettere.
Stiamo parlando di un consorzio, di una cordata, di un gruppo d’investitori che vogliono mettere a frutto il proprio denaro. Stimano se ci siano margini di crescita e sviluppo, soprattutto puntando al fatto che nel sistema calcistico italiano non è ancora stato sfruttato il business degli stadi di proprietà delle società, Juventus a parte. Questi finanzieri cresciuti ed arricchitisi in un sistema capitalistico anomalo come quello cinese, si stanno guardando in giro e vedono la contorta ma attaccabile situazione italiana, come terreno di prova sia per sondare l’approccio europeo, sia per crescere rischiando poco a confronto con altri sistemi difesi da leggi più severe. Sono poche le società di calcio europee in mano a investitori esteri, poco più di una ventina. Di queste meno della metà sono in mano a proprietari con una reale passione calcistica. Le altre sono governate da procuratori, advisor, broker, che gestiscono al meglio, si spera, guadagnandoci lautamente in ogni caso, questo è sicuro, un’azienda che deve rendere. Affari di cuore non sono previsti. Di amore non se ne parla, figuriamoci.
Ad un simile approccio verrebbe da rispondere citando un’intervista appena uscita: “Il capitalismo cannibalesco prospera grazie alla distruzione di ricchezza altrui, costruisce il proprio successo sull’altrui rovina”. “E’ come una metastasi che si nutre della parte sana del corpo. Una metastasi che sarebbe gravemente sbagliato identificare con la finanza tout court”. “Il capitalismo cannibalesco, quello che non crea profitto investendo, definendo progetti industriali, concorrendo e rischiando sui mercati, in una parola creando benessere e opportunità di lavoro“. “È la finanza malata a seguire altre logiche, la finanza dei raider, abituati a scalare società per prosciugarne le casse, a lanciarsi in spericolate speculazioni dove il denaro è virtuale ma i guasti terribilmente reali. Da queste logiche la mia famiglia ha sempre voluto restare rigorosamente lontana. Noi siamo imprenditori”. Firmato Marina Berlusconi, con una lettera sul Corriere della Sera in risposta all’affaire Vivendi e al suo patron Bollorè che vorrebbe rompere l’accordo per Premium. Sappiamo che Marina non s’è mai avvicinata al calcio, ma che è la testa pensante e pagante, assieme al fratello Pier Silvio, di Fininvest.
E allora, forti di queste parole, pur capendo il momento difficile per l’azienda, dobbiamo rivolgere un appello, per quel che vale, per chi lo vorrà far suo, a Pier Silvio Berlusconi. Sappiamo che ha sempre seguito il Milan. Nelle interviste rilasciate in questi anni ha sempre dimostrato passione e conoscenza, con giudizi mirati e chiara visione tecnico-tattica; passione paragonabile a quella del padre e sicuramente e di gran lunga maggiore a chiunque altro in famiglia. Se l’approccio dei nuovi investitori sembra timido e circospetto, lontano da quel vigore ed entusiasmo che ci si augurava, Berlusconi in primis, per galleggiare insomma, ridimensionarsi, si può restare allo status quo. Investendo coscienziosamente in giovani promesse possibilmente italiane, alla ricerca del bel gioco, sperando in un exploit, meglio che il Milan resti in seno alla famiglia. Di sicura esperienza, pur se giovane, e con conoscenze dell’ambiente, Pier Silvio Berlusconi potrebbe serenamente, dichiarandolo ai tifosi che avrebbero così un’aspettativa adeguata, cercare una via nuova alla rinascita o, mal che vada, trovare con calma una persona, un investitore che ami sinceramente questi colori.
Nell’immagine, indelebile, di Paolo Maldini che alza la settima Champions ad Atene, con tre degli ultimi allenatori, Seedorf Inzaghi e Brocchi, alle spalle del sorridente Silvio, s’intravede urlante e felice proprio Piersilvio, esaltato dall’impresa. Uno che ha vissuto certe notti, uno che è cresciuto a Van Basten e Kakà, a Shevchenko e Baresi, anche se col budget ridotto, non potrà fare peggio di chi verrebbe solo a guadagnare. Vendere per vendere è un errore. Se Silvio non ce la fa più, speriamo, lanciamo, crediamo in #PierSilvioPresidente.
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