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EDITORIALE DEL GIORNO
Spuntati!
La settimana scorsa abbiamo parlato di allenatori. Questa settimana, per cambiare, parliamo di attaccanti.
No, non è vero: parliamo ancora di allenatori! Stiamo solo cercando di non sembrare ossessivi.
Allora: Sacchi, va beh, non amava Borghi, ma è dura dargli torto. Capello non amava Gullit né Baggio: amava Massaro (e per forza, tornava in difesa più lui di Maldini). Andò a giocarsi contro l’Ajax una finalissima di Cempionslig con un attacco Massaro-Simone, non precisamente due centravanti purissimi. Perse. Ancelotti non amava Baggio né Zola, e si batté per non averli tra i piedi a Parma; in compenso, a Milano, si inventò il celeberrimo Albero di Natale: una sola punta, e gli altri tutti dietro a fare il possessopalla. Allegri, beh, cosa ve lo diciamo a fare: non saremmo del tutto meravigliati di scoprire che El Shaarawy lo ha azzoppato lui, e quanto a Pippinzaghi, lo ha pressoché costretto a lasciare il calcio, altrimenti quello sarebbe ancora lì sul filo del fuorigioco. Insomma, i nostri allenatori sembrano un po’ diffidenti quando si tratta degli attaccanti.
Veniamo a Clarence. Durante un’intervista su ForzaMilan del 2010 (che in effetti ricordiamo per il fatto che l’intervistatore era chi vi scrive), il Seedorf giocatore sbuffò un pochino sull’enfasi che i media stavano dando al suo compagno Ibrahimovic. “E’ la squadra, che ha vinto questo scudetto”. All’epoca la cosa si poteva interpretare come piccola gelosia da primadonna. Perché Clarence non è mai stato umile, su YouTube potete trovare delle interviste in cui, 17enne, parla come se stesse facendo il discorso di ringraziamento per il Ballon d’Or. Beninteso, che Clarence abbia vinto le famose tre Cempionslig con tre maglie diverse, non è affatto un caso: il giocatore valeva oro, con buona pace dei palati fini che lo fischiavano, e adesso invocano Poli (con tutto il rispetto, eh).
Invece, ripensandoci adesso, forse non era solo questione di carattere o di leadership in campo. Forse Clarence malsopportava proprio il dover costruire il gioco pensando al bisonte là davanti. Non è da escludere che da ragazzino si riempisse gli occhi guardando le partite leggendarie dell’Olanda di Cruyiff, nella quale tutti erano difensori e tutti erano attaccanti – oppure, sentendosi geograficamente un po’ brasiliano, il circo verdeoro del 1982, quello che come centravanti-fantoccio aveva il mesto Serginho, eclissato dai poeti Zico, Falcao, Socrates, Eder, Cerezo, Junior.
Il Milan di Clarence lo stiamo vedendo.
rende meno gol, sembra più protetto in difesa (anche se la catazza è sempre in agguato). Ma in attacco, è farraginoso come quello di Allegri: si ingolfa come un vecchio Garelli. Pazzini dopo il lungo infortunio è tornato – ma è tornato nel momento sbagliato. Clarence vuole una sola punta, ed è Mario, che la punta non la vuol fare – probabilmente si sente un fantasista, vallo a capire, Mario è imperscrutabile. Ma anche Seedorf non scherza.
A meno che…
Aspettate.
Capello, Ancelotti, Allegri, Seedorf. Tutti con un brutto rapporto con gli attaccanti.
Sta a vedere che è perché erano dei centrocampisti.
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