La settimana che ha cambiato il calcio (per ora)

Fabio Conte

Per otto giorni le notizie del mondo del calcio hanno sovrastato la pandemia. Per fortuna direi, perché è sempre meglio parlare di uno sport piuttosto che di un virus, ma le motivazioni non erano così ludiche e, purtroppo, la pandemia non si è fermata.

Si è trattato dell’improvvisa notizia della fondazione della Super League, o meglio del tentativo presto fallito, una sorta di Champions ad inviti che avrebbe garantito la certezza di entrate maggiori e certe per i più importanti club continentali. La reazione ovviamente sdegnata degli organi competenti, Uefa e Fifa, è stata però supportata anche dalla rivolta di tanti addetti ai lavori ma, soprattutto, di tanti tifosi, in particolar modo inglesi, che contestavano l’eliminazione quasi totale del merito sportivo che garantisce, specialmente nel calcio, l’imprevedibilità del risultato e, romanticamente, la possibilità di sognare.

Il business del calcio è una delle maggiori aziende mondiali e produce un indotto enorme e, come dichiarato appunto dai promotori della Super League Florentino Perez del Real Madrid e Andrea Agnelli della Juve, largamente migliorabile con la possibilità di una ricaduta di denaro considerevolmente maggiore proprio sulle società che creano lo spettacolo. Naturalmente l’ipotesi ha allettato i venti club invitati, in Italia Milan e Inter, che cercano, come tutte le società coinvolte, sempre maggiori entrate per far fronte ai costi sempre maggiori dei calciatori, alle mancate entrate dovute alla pandemia e ai deficit, a volte vere voragini, a cui sono arrivati con gestioni disinvolte, per usare un eufemismo. In due giorni il tentativo di gestire, o di auto-gestire il business è naufragato sulle proteste ma soprattutto, secondo me, sulla pronta decisione di Boris Johnson, che si è detto disposto a cambiare le leggi per impedire la partecipazione delle squadre inglesi alla Super League. Queste hanno accolto l’avviso, salvaguardando così anche la ricca Premier, e si sono prontamente defilate facendo crollare il castello di carte evidentemente ben poco solido e molto ottimistico, che è sembrato ai più non ben organizzato, avventato, prematuro. Si capisce forse, proprio da questa pasticciata avventura, come così importanti imprenditori internazionali riescano a provocare e perseguire inammissibili deficit nella gestione delle loro aziende calcistiche. Ma le problematiche messe in campo, come il traino del carrozzone burocratico che fa da zavorra come l’Uefa, la modernizzazione dell’offerta e la possibilità di monetizzare diversamente le entrate (e porre un freno alle uscite magari), sono state messe sul tavolo di una prossima rivoluzione annunciata.

Nella stessa settimana una rivoluzione è avvenuta anche per il campionato del Milan. La squadra che sembrava uscita meglio dalla particolare annata pandemica, senza pubblico e praticamente senza soluzione di continuità dall’anno scorso, con momenti di bel gioco e che pareva aver ceduto solo all’Inter la supremazia del campionato è incappata in due sconfitte, in casa col Sassuolo e a Roma contro la Lazio che l’hanno in questo momento fatta precipitare al quinto posto, fuori dai posti Champions, unico vero step irrinunciabile per gli obbiettivi di crescita della società.  Non un fulmine a ciel sereno in verità, già da un po’ s’intravedevano segni di cedimento di gioco, forma, e determinazione. Scendendo il livello del collettivo i limiti dei singoli cominciano a evidenziarsi e, di contro, le lacune non vengono nascoste da qualche giocata del singolo come nei periodi fortunati talvolta succede. Le tante assenze, di tanti ma in particolare di Ibrahimovic, e l’appannamento di chi ha sempre giocato hanno fatto sentire l’odore del sangue alle inseguitrici che godendo di una forma fisica migliore, sono riuscite a approfittare del momento difficile. Però il campionato non è finito. Proprio gli scontri diretti con Juventus e Atalanta tengono aperta addirittura la porta del secondo posto, e comunque danno chance per potersi qualificare; il ritorno di Ibra poi dovrebbe dare la spinta caratteriale, e anche i gol si spera, per poter riprendere il cammino verso la Champions che significherebbe costanza di crescita, ritorno al prestigio che il blasone imporrebbe ma soprattutto soldi.

Non è andata in porto la Super League, che avrebbe garantito entrate enormi e immediate, ma perdere ancora il treno per quella che fino a oggi sembrava, ed è allo stato attuale, la maggior fonte di ricchezza per un club sarebbe un grave colpo per le ambizioni di crescita del Milan, per i suoi tecnici e dirigenti ma, soprattutto, per i tifosi rossoneri che da casa sono in trepida attesa di ritornare, l’anno venturo, sugli spalti a sentire la fatidica musichetta. A proposito: ma come sarà stato l’inno della Super League? Secondo me ce lo saremmo comunque fatto piacere.

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