IL PALERMO — “Sapevo in che situazione andavo a lavorare, le scelte non si rinnegano. Lavorare tre mesi e mezzo è stata un’esperienza importante, poi c’era tanta paura di non andare in serie A, e hanno deciso di cambiare”.
DYBALA — “Ai tempi aveva problemi a fare gol, problemi ora risolti. Allenandolo avevo visto da subito che aveva grandi doti, ma era stato pagato 11 milioni, e tutti gli rinfacciavano quella cifra. Ma è un grande giocatore”.
IL MILAN — “È un patrimonio del calcio italiano, anzi dell’Unesco, anche se in questo momento è in crisi. Vedo tanti soldi in squadre senza storia, come il Manchester City: se la famiglia Berlusconi vuole vendere, per me il Milan lo vende subito. Lo vorrà lasciare in buone mani, ma a breve mi aspetto novità. Altrimenti servirebbe chiarezza: bisogna dire che per due-tre anni si punterà sui giovani, qui invece vedo che i giovani vengono mandati in prestito, o venduti. Pippo se l’è presa per quella battuta quando ho detto che lo vedevo invecchiato, spero di vederlo e chiarire questo piccolo malinteso. Ma la stima e quello che abbiamo fatto insieme rimane. Ricordo quella volta che si scordò le scarpe, giocò con le mie, e fece gol: non me le ha più ridate”.
LEADERSHIP — “Menez ha fatto tanti gol, ma a livello di comportamenti e di leadership non ha fatto quello che doveva fare. E a livello di comportamenti spesso ha creato problemi. Quando sbagliavo io, i più esperti mi attaccavano al muro: Ancelotti non era un sergente di ferro, ma c’erano i giocatori a dargli una mano. Mi ricordo quando avevo vent’anni, una delle poche volte che mi feci la barba, non pulii il lavandino: arrivò Costacurta a darmi uno schiaffo in testa: “Non è casa tua, vai a pulire”. Il Milan deve comprare campioni, perché senza campioni non si vince, ma deve comprare soprattutto uomini: sono stata la grande forza della squadra, per anni”.
ANCELOTTI — “La sua forza è quella di farsi voler bene dai giocatori, da tutti: non ne parla male nessuno, neppure quelli che non giocavano mai. Il suo difetto è che forse non sempre è sul pezzo: prepara la partita, ma non sempre interveniva coi giocatori… forse è un po’ troppo buono. Se lo mandano via per me gli fanno un favore: al Manchester City gli farebbero ponti d’oro. Vuole vincere un’altra Champions, ma un errore è che fa sempre è non capire quando è il momento di andare via, è troppo buono”.
RICORDI — “Vengo da una famiglia di milanisti, mio padre era un Riveriano convinto. Io mi attaccai in camera il poster di Salvatore Bagni, e lui rimase un po’ deluso: ma a me esaltava il vederlo giocare con i calzini abbassati, senza paura”.
RIPARTIRE — “Adesso vorrei ricominciare da un club che creda veramente in me, non che voglia solamente sfruttare il mio nome”. In bocca al lupo, Ringhio.
 
FONTE: GAZZETTA.IT
FOTO: ZIMBIO.COM