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EDITORIALE DEL GIORNO
L’alba del giorno dopo: tra sorrisi e filosofia, al Milan serve altro. E non solo i gol…
A mente fredda vien meglio si dice. Pensare, ragionare, ipotizzare, di tutto un pò. E forse – anzi, senza forse – anche scrivere.
Perchè lasciarsi trascinare dall’emotività del momento, del dopo gara, delle emozioni altalenanti e continue di una sfida come quella di domenica sera e di un San Siro finalmente strapieno non permetterebbe di vedere le cose con l’indispensabile lucidità che la situazione invece richiede.
Perchè il momento, al di là dell’ottimismo, obbligato, di facciata paventato da molti, è tutt’altro che roseo.
Cosa resta di Milan-Juventus, di una gara a lunghi tratti ben giocata, se non dominata, contro i campioni d’Italia, e persa per le solite disattenzioni difensive di un reparto tra i peggiori della nostra storia?
E, più in generale, cosa resta di una stagione amara e mal programmata fin da Giugno scorso?
Poco, poco o nulla. E tanto amaro in bocca. Dalla promesse estive di Adriano Galliani (“Tevez o no, il Milan della prossima stagione sarà molto forte”) al decimo posto in campionato il passo è breve. E fatto di poca programmazione e molta estemporaneità.
Le grandi squadre si costruiscono, vecchia e saggia regola del calcio, sulle grandi difese. E’ sempre stato così. Da Rocco a Sacchi, da Capello (nel ’93-’94 soltanto 17 gol al passivo) ad Ancelotti, il Milan vincente – e convincente – ha sempre avuto nella difesa il suo punto di forza. Schnellinger, Maldini (Cesare e Paolo), Baresi, Tassotti, Costacurta, Nesta, Thiago Silva, lo stesso Cafù. Campioni che hanno dato gloria e lustro, che hanno alzato Coppe e portato Scudetti sul petto, che hanno reso il reparto arretrato del Milan una fortino inattacabile. Non ce vogliano Rami (due errori decisivi tra Atletico e Juventus), Mexes (ormai separato in casa), Bonera (volenteroso e nulla più), Zapata (ma è un difensore?), Abate (vedremo mai dai suoi piedi un cross degno di tal nome?), Emanuelson (un ibrido che attacca male e difende peggio). Dell’attuale retroguardia rossonera si salva solo De Sciglio. Il resto, e la matematica non mente mai, è proprio di una squadra in lotta per non retrocedere, perchè 37 gol al passivo in appena 26 giornate (stessa difesa del Chievo quart’ultimo), con un misero +2 in media tra reti fatte e subite, sono indice di un errore di fondo: una retroguardia sopravvalutata e che non dà alcuna garanzia.
Se poi, altro amarissimo tallone d”Achille del Milan di quest’anno, hai una condizione fisica talmente precaria che la tua partita dura 60 minuti, andare lontano e fare sogni di gloria è molto difficile. Inutile chiedersi chi sia il responsabile e se chi di dovere, sempre presente a Milanello nei mesi precedenti, non abbia monitorato come giusto che fosse la situazione: con la caccia alle streghe non si risolve nulla e bisogna fare di necessità virtù. Adattarsi alla realtà e cercare, nei limiti del possibile, di tamponare (Seedorf sta facendo un richiamo fisico proprio per questo motivo) è l’unica cosa che resta. Ma l’Atletico visto domenica con il Real corre lotta ed ha gamba per 90 minuti. Ha ragione Ancelotti: sarà durissima.
Infine, capitolo solisti. Si è fatto un gran parlare in queste ultime ore, tra web, tv e carta stampata, del fatto che il Milan, a differenza di tante altre squadre, non abbia i finalizzatori, gli stoccatori, coloro che la mettono – finalmente! – dentro (Tevez per ultimo). Vero, Balotelli non è e forse non sarà mai un campione come Cristiano Ronaldo, Messi, Ibrahimovic (le giocate ci sono, è il resto che manca). Vero, Pazzini è cuore grinta e generosità, ma non è mai stato un cannoniere. Vero, Kaka è sempre un Pallone d’oro, ma è solo l’ombra di quel meraviglioso fuoriclasse che avevamo lasciato quattro anni fa, e per mille ragioni. Ma la verità è un’ altra.
I grandi giocatori costano, ed in tempi di crisi e Fair Play Finanziario non si possono più fare follie: il bilancio, negli stretti vincoli dell’Uefa per questo primo biennio 2011-2013, non può andare oltre i 45 milioni di deficit, e la politica della riduzione dei costi e degli ingaggi sta portando, dopo tanto tempo, un utile. Il che vuol dire esame superato, ma divieto di spese folli a partire dal 2014 in poi, specie con una stagione senza Champions League ed i suoi larghi introiti. Per i top player, e Galliani domenica è stato chiaro, se ne riparlerà più avanti, possibilmente dal 2017, con gli introiti – circa 30 milioni in più a stagione – dati dal nuovo stadio di proprietà.
Caro Seedorf, mi permetta…ben vangano sorrisi, stile, educazione, e tutte quelle novità che lei sta pian piano portando…Ma nel calcio, si sa. alla fine, negli annali, nei libri di storia, negli almanacchi, restano le vittorie. E ed a questo Milan, per tornare a vincere, manca ancora tanto.
Ed i miracoli, nel calcio come nella vita, non esistono.
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foto: cittàceleste.it
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