Milan: il calcio virtuale

Fabio Conte

Quando parla Berlusconi fa notizia. Sicuramente avrà fatto piacere a tutti i tifosi rossoneri l’intervista  sulla Gazzetta di lunedì dove il Presidente ha parlato a ruota libera del suo Milan.

Sperare che ritorni a seguire la squadra con magari qualche sforzo economico, come ci aveva ben abituato, e come m’è parso percepire è l’auspicio di ogni milanista. Se le sue, e nostre, ambizioni sono di tornare ai vertici europei certamente dovrà impegnarsi profondendo quelle risorse indispensabili per il salto di qualità necessario per raggiungere certi livelli. La sagacia di mercato, i famigerati parametri zero, sono oggi e credo lo saranno sempre di più in futuro per tutti, le basi, le fondamenta su cui costruire una squadra. Penso però sia impossibile in breve tempo avere a disposizione sempre e solo “free agent” – come vorrebbe chiamarli Galliani – giocatori liberi per rinforzare una rosa al massimo livello a meno che il Milan non rastrelli, senza sbagliare un acquisto, tutti i fenomeni in scadenza di contratto nel mercato mondiale. E se la data di riferimento è la finale di Champions del 2016 a San Siro…

Quello che però mi ha colpito in maniera particolare nella bella intervista di Alberto Cerruti, è il dito puntato, la critica alle televisioni da chi le televisioni le ha inventate, almeno in Italia. Per la prima volta proprio dal fondatore di Fininvest,  poi Mediaset, è stata messa all’evidenza dei fatti la responsabilità  delle troppe, spropositate offerte televisive a fronte del calo dei tifosi allo stadio. Siamo l’unico paese dove coi soldi del parcheggio –anche meno coi prezzi dei posteggi a Milano -si possono vedere tutte le gare della propria squadra comodamente dal divano di casa. Il sistema calcio guadagna bene, ci mangia coi soldi delle tv ma si è venduto totalmente, in pratica si è svenduto. Nel resto d’Europa, trasmettono anticipi e posticipi  non necessariamente della tua squadra ma se poi vuoi vedere e seguire i tuoi colori in ogni altra occasione devi prendere ed andare allo stadio, più bello, meno fatiscente, più sicuro e magari più raggiungibile dei nostri, ma devi andarci. Anche e soprattutto per questo vediamo gli stadi pieni all’estero. Come si faceva una volta, caldo o freddo pioggia o nebbia si usciva di casa con quell’emozione di “andare a fare il tifo”, e “vedere la partita”. E c’erano bambini, io ero uno di quelli, e famiglie in stadi ben peggiori di quelli attuali. I tempi son cambiati d’accordo, ma parallelamente a nuovi impianti bisognerà ripensare al modo e alla quantità di calcio offerta in televisione. Altrimenti mi dovranno spiegare perché un padre di famiglia con moglie – che forse non ha la tessera del tifoso, acciderboli!  –  e due figli per esempio debba spendere un patrimonio tra biglietti, parcheggio, magari panini e bibite, per vedere una sola partita, quando con la stessa cifra può vedere tutte le partite a casa. Se comunque, testardo persevererà, si potrà trovare in un eccitante impianto dove verrà sparata musica a palla prima della partita, ma durante la stessa si potranno sentire tranquilli brusii per i pochi astanti e, come stano provando a fare,  com’è nei  progetti  di chi sta pensando ai nuovi stadi e negli auspici di tanti addetti ai lavori, se riusciranno a chiudere le curve.  Ci si può adattare a vedere la propria squadra il venerdì o il lunedì, si possono accettare difficoltà burocratiche a mio parere inefficaci come la tessera del tifoso o i tornelli, ma vi prego diminuite le partite in tv, lasciate le curve ad incitare e cantare. Punite severamente chi delinque, ma fate tornare la gente allo stadio con naturalezza, per tifare, urlare, cantare.  Altrimenti prima o poi, se non succede già adesso,  ci troveremo a parlare di calcio con tanti che non hanno mai sentito l’odore dell’erba, che non sono mai andata a vedere una partita dal vivo e che mai ci andranno. Sarà un calcio virtuale, con musica e speaker, sarà un calcio finto che non ci interessa.

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