Zapata, De Gregori, e sprovveduti marinai

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Francesco De Gregori notava un’espressione “un po’ così” in alcune facce dirette a Genova, ma non siamo in grado di stabilire se si riferissero agli arruolati del Milan diretto in Liguria per sfidare la Sampdoria.

Battute a parte, non crediamo bisognasse essere così terrorizzati di scendere a Marassi, dove per novanta minuti ha fatto capolino il vecchio Milan.

Quello che non correva, non pressava, non tirava in porta, non dimostrava attaccamento ai colori e chi più ne ha, più ne metta.

Se la sconfitta di Roma era sì una bella lezione, ma risultava figlia anche di una grande Lazio, al netto delle nostre magagne, con quattro reti subite in dieci minuti che manco a Istanbul, contro i blucerchiati il Milan si è risparmiato la fatica di scendere in campo, mettendosi là dietro a osservare come al cinema un bel film, in questo caso una Samp combattiva, veloce, furente e determinata.

Quella che era un tempo una sfida scudetto e fu addirittura finale di supercoppa europea nel 1990, oggi non era che una tappa di inizio campionato sulla quale i rossoneri avrebbero dovuto aggiungere un’altra mattonella, per continuare la costruzione del lussuoso palazzo che si sta cercando di edificare. In realtà, la calcestruzzo che stava tenendo insieme il primo agglomerato di palazzo, non si è rivelata un buon prodotto, e il muro si è sbriciolato.

Tutt’altro che un muro infatti si è rivelata la retroguardia rossonera, andata in difficoltà quasi immediata, incapace anche di far ripartire l’azione e affidandosi, una volta recuperata palla, a inesplicabile lanci nel vuoto per il malcapitato Kalinic lasciato solo al suo destino.

Mai il Milan ha dato l’impressione di ribaltare il risultato, e chi lo scorso anno, in quel Milan sciatto e depresso, faceva il titolare, ora fa la riserva, ma trova il modo comunque di far danni: al netto di qualche buona prestazione, Zapata resta comunque un difensore totalmente inaffidabile, in un torneo che prevede la continuita’ come arma indispensabile per tenere il passo delle altre.

Difficile scegliere comunque un migliore in campo, a questo Milan è venuto a meno tutto: volontà, sacrificio, umiltà, giocate.

Il 3-5-2 pareva la panecea di ogni male, ma era logico che anche con quello schema sarebbero arrivati i dolori. Non è con la tattica che si risolvono le cose, se manca determinazione e spirito di sacrificio qualsiasi schema risulta aria fritta.

Se si punta a tornare in Champions League e si teme di andare a Genova, scordiamoci allora i grandi palcoscenici del Camp Nou o dell’Old Trafford.

Non oso pensare, in quel caso, cosa canterebbe De Gregori.

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