I colori del ricordo: Cesare Maldini e il DNA rossonero

Fabio Conte

Le immagini, i ricordi di chi è nato a cavallo dei ’60 sono spesso dipinte da colori immaginari. Le foto e i ricordi, o le foto dei ricordi, prendono colore solo con uno sforzo o con una traduzione della mente automatica e involontaria.

Se dovessi descrivere i colori di un vestito di mia madre o di una camicia di mio padre, potrei farlo anche se la memoria si basa su una foto in bianconero che aiuta ad aprire e ricordare un momento, un’emozione, uno stato d’animo. Così Cesare Maldini è nel cuore e nei ricordi anche di chi non l’ha visto in campo, di chi l’immaginava, eroico e vincente. Perché era la storia, recente ma distante per il bambino che ero, su cui stava nascendo una cosa che sarebbe stata scoperta e codificata solo tanti anni dopo, il DNA. E si sa, il DNA del Milan è la Coppa Campioni, mutuata in Champions. Due delle foto e un filmato, viste, impresse, oggi postate, sono il testo di chi sognava e cresceva milanista. Nereo Rocco, il Paron, sudato e felice sul prato di Wembley -come un Ancelotti a Manchester, per dire- che sorride come in un selfie di adesso, in giacca e cravatta col braccio alzato, vicino al suo ragazzo, al suo mulo, triestin e mona, con quella maglia rossa, di bianco bordata, no, non quella del Milan ma del Benfica, perché allora ci si scambiava subito la maglia, per onore e rispetto, perché le foto si facevano così, come venivano. E infatti, anche le riprese televisive lasciavano delle scie curiose e significative nella memoria, visto che fin da piccolo m’aveva colpito l’immagine topica e mancata del Capitano del Milan che alzava la Coppa e… non si vedeva, coperto, celato, preservato quasi, da due putti, allegorici e curiosamente vestiti con impermeabili beige, Dino Sani e Gianni Rivera, stupiti e rapiti dal sacro bottino, alzato, offerto, spinto verso il cielo di Albione. I due scudieri, avevano già scambiato, o regalato la maglia -oggi sarebbe un preziosissimo cimelio- e nudi, o quasi, avevano chiesto pudica copertura a tifosi generosi. Ma lui no, il capitano, visto su qualche foto per fortuna non impallata, con ancora la sua maglia bianca e scudettata, ma dai netti riflessi rossoneri, alzava la Coppa con le lunghe braccia che sembravan staccarsi dalla felicità. Sapeva, immaginava una vita ricca e soddisfacente, colma di amore e successi fino all’orgoglio per lo stesso gesto che ripeterà Paolo esattamente quarant’anni dopo? Quell’immagine televisiva ha rispecchiato la sua indole, riservata e garbata. La foto, ha promesso felicità e discendenza a chi avrebbe scelto, o forse a chi è stato scelto, di tifare per il Milan. Ciao Cesare, sei un po’ il papà di tutti i milanisti, ma sei stato anche un uomo buono e generoso, rispettato ed amato per questo da tutti i tifosi, oltre la nazionale, nonostante un derby storico.

Mi stacco difficilmente oggi dagli anni sessanta, perché mi risuona e si ripropone il refrain, meraviglioso e tormentato di una canzone di Luigi Tenco: Vedrai, vedrai.. vedrai che cambierà. È quello che aspettiamo da anni, tra delusioni e speranze, innaturale ottimismo e trattenuto pessimismo: che la squadra, questi giocatori, diventino una squadra e dei giocatori da Milan. Timidi approcci, qualche discreta partita, supportati da un’ottimistica fede vengono costantemente delusi, nelle ultime stagioni, fino a tremare per il traguardo minimo, mi-ni-mo, dell’Europa League. Tra l’altro, son stanco di dirlo e di scriverlo, quello che si chiede, che il tifoso chiede, è che si possa ritornare almeno alla gratuita ed esigibile dimostrazione di impegno e passione. La prestazione di Bergamo invece lascia frustrati e delusi, ma soprattutto incapaci di capire su chi possano ricadere le maggiori responsabilità: sul tecnico che non riesce a trasmettere la sua tenacia e le sue convinzioni, su una squadra che dichiara compattezza d’intenti ma non la dimostra, sulla forma fisica in palese calo, su giocatori che non riescono a motivare tecnicamente le quotazioni del loro cartellino, su una società che non sembra programmare con sicurezza e che, con dichiarazioni contraddittorie, apre spiragli a dubbi e incertezze. Arriva la Juve, dopo il ritiro, a misurare la voglia di riscatto, a giudicare il divario sul campo, contro il mostro di continuità e di forza ch’è diventata la squadra bianconera che si appresta a vincere il quinto scudetto di fila. Con il “classico” italiano si valuterà come e quando questo periodo, questo Milan cambierà. Forse non sarà domani ma, speriamo a fine maggio almeno, un bel giorno cambierà…

RIPRODUZIONE RISERVATA

552 Visite totali, 2 visite odierne

Commenti

commenti