L’anno zero del Milan di Fassone

Fabio Conte 2

Archiviamo questo campionato che ha visto la Juventus battere il record di scudetti vinti consecutivamente, confermando sul podio Roma e Napoli divise da un punto, tutto secondo previsioni.

La stagione aspetta la finale di Champions, che potrebbe consacrare la squadra di Allegri con una eventuale straordinaria tripletta, puntata dalla dirigenza bianconera a settembre. Così non fosse, sarebbe comunque un’eccezionale prova di potenza considerando anche la terza coppa nazionale vinta consecutivamente.

Fin ora, in questa stagione, l’unico trofeo che non ha alzato la Juve è la Super Coppa a Doha, fermato dall’umile e compatto Milan di Montella. I rossoneri dopo tre anni sono anche riusciti ad arrivare all’ultimo posto disponibile per l’Europa, obiettivo minimo, ma vista la stagione inaspettata della Lazio ed eccezionale dell’Atalanta, obiettivo soddisfacente. Peccato per i tanti punti gettati contro squadre abbordabili, sulla strada della crescita e della consapevolezza, ma qualche buona gara s’è vista soprattutto nella prima parte della stagione. Cara rimarrà anche la giocata al 97’ di Zapata che, di fatto, ha relegato l’Inter fuori dalle coppe. Insomma una stagione decisamente migliore delle precedenti, anche se lontana dai trofei che il bilancio dell’era Berlusconi ha ricordato.

Ma Berlusconi non è più il Presidente del Milan, e questa è l’altra grande notizia dell’anno calcistico. Anzi “la notizia” per i tifosi rossoneri, a cui si sono lentamente abituati per l’estenuante closing che ha portato all’avvento di Marco Fassone a responsabile della società. La proprietà di Yonghong Li, supportata da fondi americani e bond viennesi, è ancora nebulosa e quindi l’a.d. piemontese si sta prodigando nel ruolo di costruttore del piano economico e conduttore di quello sportivo, quest’ultimo in stretta collaborazione con Massimiliano Mirabelli. Il supporto economico per ora sembra offrire una buona liquidità e quindi una buona dinamicità nel mercato appena iniziato. I detrattori di Galliani, diventato ormai semplice tifoso (così dice), gongolano per l’abbrivio energico e sbeffeggiano i leggendari giorni del condor di adriana memoria. Molti dimenticano così, acquisti pronti e lesti, in epoche diverse, come Gullit o Shevchenko quando gli investimenti erano cospicui, fino a parametri zero carpiti alla concorrenza come Cafù, Van Bommel e Menez solo per citarne alcuni. Ma questa è storia, mentre si apre un anno zero per il Milan: ben venga quindi la progettualità della nuova dirigenza, in accordo col Mister prontamente riconfermato, per costruire una squadra che punti al ritorno in Champions, volano imprescindibile per entrate e prestigio. Il mercato comunque, per me che ne ricordo qualcuno, è lungo e liquido. Non si può dire quando un affare si realizzerà, né quando potrà magari sfumare, con conseguente cambio di obbiettivo. Lo stesso Montella nell’ultima conferenza ha dichiarato che non si aspetta di avere la rosa che ha chiesto già al raduno, perché affari e occasioni si possono sviluppare anche appena prima del lontano 31 agosto. Per questo, anche in considerazione dei preliminari da giocare già a fine luglio, sarà delicato ma importante anche il mercato in uscita da gestire nei giusti tempi e con necessario profitto. In ogni caso, come sempre, il mercato di ogni squadra dovrà essere giudicato alla fine, o anzi a campionato iniziato, con maggiori responsabilità ma nel caso con maggior merito, se la gestione e gli acquisti saranno avvenuti nell’ambito di un progetto tecnico preciso. Per far questo ci vuole un tecnico e il Milan ce l’ha. E ha anche le idee chiare sull’importanza di un ruolo nevralgico e di un giovane campione. Tra i tifosi e gli addetti ai lavori serpeggia, si sussurra quasi il dibattito sulla possibilità di poter perdere Donnarumma cedendo ad un’eventuale offerta indecente, o all’importanza emblematica di tenerlo come simbolo di rinascita anche per i possibili nuovi arrivi. Se il ruolo del portiere può non essere decisivo in una squadra già costruita e strutturata, ricopre a mio parere, e nello specifico con Gigio, la prima vertebra della colonna dorsale di una squadra che dovrà crescere e migliorarsi proprio intorno al tronco centrale: e Donnarumma ne potrebbe esserne il capo, in tutti i sensi. Ricordiamoci poi che Raiola guadagna sui trasferimenti, ma anche sui contratti aumentati e rinnovati. Mi aspetto quindi, almeno per ora, uno sviluppo positivo anche se non immediato.

Francesco Totti lascia il calcio e la Roma, il ventre di Roma. I brividi e la commozione per un momento inevitabile nascono anche in un humus particolare di affetto e attaccamento che sfiorano il morboso. L’ammirazione per un campione eccezionale, che per sua ammissione ha rischiato almeno in un paio di occasioni di diventare rossonero, è superiore a qualche caduta di stile che si possono ricordare nella sua carriera. Personalmente lo vedo tecnicamente secondo solo a Gianni Rivera tra gli italiani, ma ammetto che sono nostalgico e di parte. L’empatia di un commosso Olimpico, con un alto quoziente di emotività, ha portato a ricordare con qualche imprecisione l’ultima partita di Paolo Maldini. Solo la curva, allora, non accompagnò l’addio del capitano rossonero come avrebbe meritato, mentre cinquantamila, in vece di tutti gli altri tifosi rossoneri, l’hanno applaudito, con qualche pianto più compito di quelli romani. La differenza la fa, secondo me, anche l’emozione del ruolo. Il grande capitano Baresi e il condottiero Maldini sono stati l’orgoglio dei tifosi, ma Totti ai romanisti ha spesso regalato giocate e gol che sono la realizzazione del sogno, l’emozione del momento finale, il tatuaggio nel ricordo. Ecco, credo che se Van Basten avesse avuto una carriera di durata almeno normale, per classe, giocate e reti e nel ricordo di queste, avrebbe avuto un commiato altrettanto lacrimevole di quello del campione romanista.

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