L’insostenibile supponenza dell’interista

Fabio Conte

Il consueto sorriso accompagna Montella dopo la rutilante vittoria contro il peggior Sassuolo degli ultimi anni.

Non fa trasparire preoccupazione per una manovra ancora balbettante che crea poche occasioni per gli attaccanti e che si aggrappa all’estro di Suso per mantenere la linea di galleggiamento con le piccole, mentre chi sta davanti continua a viaggiare con un passo superiore. È vero che l’Inter ha perso punti in casa con un Torino gagliardo ma credo che dovrebbe preoccupare di più il punto guadagnato dai granata in trasferta che sono più prossimi in classifica. La pausa per il complicato spareggio mondiale della nazionale, lascia comunque un po’ di respiro alle ambasce tecniche rossoner,e ma non a quelle del prestigio cittadino.

Il discusso Sindaco di Milano Beppe Sala ha dato corso in questi giorni alla mozione del consigliere del Pd, tale Rosario Pantaleo, per dedicare i giardini in piazzale Axum ad Helenio Herrera. L’indimenticato “mago” allenatore della grande Inter degli anni sessanta merita senz’altro una dedica da parte della città dove ha fatto così bene, ma dove non scelse di abitare se non per motivi di lavoro. La targa dei giardini intitolati all’allenatore nerazzurro, proprio nel piazzale prospiciente alla curva dei tifosi del Milan, sarà dunque vicina a quelle del piazzale dedicato ad Angelo Moratti e di fronte allo stadio chiamato (dagli interisti) Giuseppe Meazza. Sarà contigua anche ai cinofili giardini prospicienti, dove un amorfo pietrone, un sasso deposto dalla precedente giunta di Pisapia, ricorda Giacinto Facchetti capitano dell’Inter ma anche Cesare Maldini, rossonero, evidentemente inserito per errore, o almeno così sembra. Quello che i sindaci, guarda caso tutti interisti, hanno potuto dedicare ai ricordi nerazzurri l’hanno fatto, tranne appunto la co-intestazione dei giardini di via Tesio. Non si dica a scusante che Meazza abbia in fondo militato anche nel Milan: lo fece anche nella Juventus Varese e Atalanta, ma non per questo gli venne dedicato alcunché.

Lo stadio di San Siro è stato costruito da Piero Pirelli, presidente del Milan, nel 1925. Dieci anni dopo venne acquistato a prezzo di favore dal comune di Milano per seguire la moda italiana di allora che voleva che gl’impianti sportivi fossero pubblici. Infatti, dopo la guerra nel ’47 venne accolta anche l’altra squadra di Milano transfuga dalla fatiscente Arena. Nel ’57 la società rossonera dell’allora Presidente Rizzoli già con velleità europee, nonostante la proprietà civica pagò l’impianto di illuminazione e solo qualche anno dopo si accodò a saldo anche il celebrato Angelo Moratti. Infatti, i rossoneri già vincenti nell’allora importante Coppa Latina e dopo una sfortunata ed immeritata sconfitta nel ’58 contro l’imbattibile Real Madrid di Di Stefano e Gento, conquistarono la prima Coppa dei Campioni italiana contro il Benfica nel ’63 alzata dal capitano Cesare Maldini. L’allenatore era Nereo Rocco triestino ma milanese d’adozione, conosciuto per le cene infinite nella ruspante Milano notturna di allora. Gli anni seguenti nacque la “grande Inter” anche per contrapposizione a quel Milan. Ad oggi comunque, da quando entrambe le squadre giocano a San Siro, la storia consegna un palmares di quindici scudetti per il Milan e tredici per l’Inter conquistati in questo impianto sui diciotto totali, compreso quello assegnato a tavolino all’Inter chiamato “di cartone” dal volgo. Con le Champions, come si chiamano adesso, non c’è neanche storia: 7-3 per i rossoneri tralasciando altre coppe e coppettine. Quindi i numeri, non il tifo, fanno sorgere la domanda del perché ci debba essere questa supremazia toponomastica nerazzurra.

Tognoli, Moratti e adesso Sala hanno voluto segnare un territorio non esclusivo, in barba e in spregio alla storia e ai tifosi rossoneri che socialmente e culturalmente hanno sempre rappresentato le classi più umili, in cerca di riscatto e che per questo si possono considerare, anzi sono, l’anima di Milano. Una sorta di supponenza, di immotivata superiorità ha attraversato le generazioni nerazzurre che non si capacitano di come, senza tanti proclami preventivi, i rossoneri riescano sempre a contrastare tenacemente un’egemonia cittadina che pensano sia loro di diritto, e che in realtà non s’è mai concretizzata. Incomprensibile se esibita da chi, come primo cittadino, dovrebbe vantarsi in maniera equanime e complessiva delle vittorie che han dato lustro alla città in maniera unica in Europa. Irritante se come politico si fa quotidianamente riferimento alla solidarietà e all’accoglienza e si dimenticano le generazioni, o una parte di loro, che la Milano dal “coeur in man” l’avevano costruita quotidianamente. Che se ne facciano una ragione questi borghesi illuminati del terzo millennio: il Milan è la prima società di Milano per nascita e per vittorie.

Oggi, con orgoglio e risolutezza encomiabile i tifosi nerazzurri riempiono più di quelli rossoneri gli spalti del tempio del calcio milanese. Sono momenti, e auspico una pronta inversione di tendenza.

Ma i nomi restano quelli di sempre e quindi, per tutti, ci si troverà nel piazzale del Baretto, o all’orologio, prima di entrare a San Siro, e se qualche giardinetto o qualche via di antichi toscani -i Piccolomini- venissero intitolati a Rizzoli o Carraro o Nereo Rocco, si sbucherà sempre alla biglietteria della curva, avendo rivolto prima uno sguardo a lassù, dove qualche acrobata scavalcava tanti anni fa…

Un ultimo auspicio: che venga indetto un concorso, una gara, una prova anche per aspiranti artisti, per realizzare una scultura più significativa che quell’amorfa ed inespressiva pietra. Sia Cesare Maldini che Giacinto Facchetti meritano di essere ricordati meglio dalla Milano dell’arte e del design.

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