Scudetto e Champions League non abitano più qui, aggrappiamoci al Derby

Elio Arienti 2

Abbiamo vinto e non stravinto. Vabbè, che importa, quel che serviva l’abbiamo fatto… Al di qua e al di la dei Navigli si parla e ci si atteggia solo se da ieri si veste e si pensa rossonero. L’altra metà del cielo calcistico meneghino, quella assai meno nobile per pedigrèe e palmares, non esiste, spazzata via in un amen.

E’ questo, in sintesi, quel che ci ha rivelato il Derby di domenica sera, tutt’altro che esilarante e spettacolare, d’accordo, ma pur sempre disputato – ed oggi non è davvero poca cosa, credetemi!  – dinanzi ad uno stadio discretamente zeppo, vociante e colorito anche a scapito di pettegolezzi e indiscrezioni che giornalmente si rincorrono il più delle volte maligne ma in grado di registrare vibrazioni e pulsioni spesso difficilmente controllabili. E mentre la Madonnina, da lassù, sulle alte guglie del Duomo domina rassicurante la città di Sant’Ambrogio, giù, nella piazza, tra la folla, più di qualcuno comincia ad assaporare il profumo assai delicato ma corposamente denso e corroborante del Vecchio Continente. La classifica, infatti, s’è nettamente accorciata e quell’Europa alla quale il Milan guarda con concupiscenza, appare oggi assai più vicina. Ma non basta ancora per mettergli addosso le mani, serve un’ultimo sforzo, il più deciso, quello maggiormente intrigante.

Noi rossoneri, vecchi o giovani, tifosi o simpatizzanti, evoluti o non evoluti, teorici di un calcio d’altri tempi dove il “bello” è da sempre l’emblema, il gonfalone del Milan appagante e anticonformista, continuiamo a tenerci per mano e gustarci quel che di meglio i nostri ragazzi regolarmente sanno offrirci. E questa stracittadina è l’ennesima chicca alla quale osiamo aggrapparci per trovare nuovi stimoli e altrettante motivazioni così da cingere d’affetto un collettivo che nonostante le vicissitudini ancora riesce a regalarci meraviglie. Il tutto, inutile negarlo, essenzialmente per merito di un tecnico-non-tecnico, assolutamente privo di esperienza, Clarence Seedorf, che pur dovendo navigare a vista, in acque infide e infestate da squali, riesce comunque a destreggiarsi da par suo e mettere a frutto i suoi disegni tattici e il suo personalissimo “credo” calcistico. Sarà probabilmente il primo ed ultimo Derby per il “tulipano nero”, ma tant’è… Lui il suo dovere lo ha fatto in pieno e non deve spiegazioni ad alcunchè. Poi, se il Boss o qualche suo intristito tirapiedi non è soddisfatto del gioco e delle emozioni – seppur minime –  che questa squadra sa profondere, potrà (magari) ripassare l’anno prossimo o chissà quando. Perchè per rimettere il Milan in linea di galleggiamento ci vuole tempo e quattrini, ciò che presidenza e dirigenza però non dispongono.

Scudetto, Champions League, trofei di vario genere… No, non abitano più qui, a Milano, sponda rossonera e non vi stazioneranno ancora per parecchio tempo. Il massimo che ci si può permettere, oggi, è l’Europa League. Poco? Okey, ma sempre meglio di niente. Per avere il top, serve cambiare rotta dando una svolta decisa ai propri sogni, speranze e  relative ambizioni. Solo così il Milan tornerà ad essere prima competitivo poi vincente. Ma per “svoltare” serve mettere a disposizione del tecnico, chiunque esso sia, nuovo o “usato”, giocatori di qualità superiore e con un tasso tecnico decisamente sopra le righe. Tutto ciò, però, il Milan non se lo può permettere, lo abbiamo detto e ribadito mille volte fino alla noia. Dunque? Dunque, se non si può fare il passo più lungo della gamba e accelerare, bisogna avere pazienza e lavorare con quel che si ha a disposizione. Che è poco, ovviamente, ma non così approssimativo come in apparenza potrebbe sembrare… Lasciamo ad altri, per ora, il sorriso e una grandeur che spetta ad una ritrovata nobiltà; per il Milan, invece, è tempo di riflessione. Ma passata quella…!

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