Milan: il cuore di Maldini

Fabio Conte

Credevo resistesse. Pensavo che Gattuso ce lo saremmo trovato anche l’anno prossimo a dar “schiaffoni” verbali alle conferenze, con quel fare burbero e schietto, ma con un mezzo sorriso a far capolino per stemperare l’entrataccia.

Credevo ce la facesse a convincere il capo, Gazidis, che in fondo ripartire dall’Europa League poteva essere alla sua portata, nonostante la figuraccia dello scorso anno. Pensavo fosse l’uomo giusto, ancor più se fossero confermate le voci di una sanzione travestita da rinuncia alla competizione continentale conquistata. Ero convinto che, sfumata la qualificazione alla Champions che avrebbe portato più soldi ma anche la necessità di uno sforzo davvero ingente per evitare di tenere lontano il ridicolo dal blasone, si sarebbe potuto proseguire con la crescita dei giovani e dell’allenatore. Evidentemente però i progetti non quagliavano: Gattuso voleva qualche giocatore di personalità e di esperienza che potesse indirizzare la cucciolata mentre la società sembra intraprendere un futuro da talent scout, dove i giovani attualmente in rosa facciano da chioccia agli imberbi che verranno.

Arrivederci a Gattuso dunque, e addio alle figure evocative del grande Milan berlusconiano il nuovo corso avanzerà, per l’ennesima volta dalla defenestrazione “dell’incompetente” Allegri, con una svolta decisa e rifondatrice. Tanti i papabili, tutti lontani dalla storia rossonera. Oggettivamente però questo non è per forza un male. Degli ultimi allenatori quello che aveva dato un’impronta e stava riportando nelle coppe la squadra è stato Mihajlovic, prima del suo inopinato esonero, mentre Montella è riuscito addirittura a vincere un trofeo, l’ultimo di Berlusconi. Passato l’incubo cinese però Gattuso ha dovuto riportare il milanismo a Milanello assicurandosi comunque due qualificazioni all’Europa League e sfiorando la Champions. Ora il nuovo che arriverà sarà chiamato a confermare la posizione a livello nazionale facendo meglio, si spera, nelle gare europee. Vedo sempre più stretto però il pertugio per il massimo torneo continentale, vista la solidità della Juventus, le certezze del Napoli e la determinazione che Antonio Conte instillerà nell’Inter che verrà. Sarà importante scegliere bene per iniziare un progetto a lungo termine ma a non lontana vittoria. Non vorremmo che le limitazioni del FFP trasformassero il Milan in una sorta di vetrina per giovani emergenti volta a creare plusvalenze, senza puntare ai risultati e alle vittorie. Negli ultimi anni non si è fatta né una cosa né l’altra, ma se davvero la proprietà ha intenzioni serie deve tenere in considerazione la storia di questa maglia che non ha mai passato lunghi periodi senza vincere qualcosa.

Tutti aspettano la decisione sull’allenatore per la prossima stagione ma, ragionando sul lungo periodo, forse è ancora più importante e decisiva la scelta del direttore sportivo. Sarà infatti il dirigente preposto a scegliere l’indirizzo tecnico della squadra, scegliendo un allenatore piuttosto che un altro e giocatori funzionali al progetto. Aspetto con ansia quindi, la decisione di Paolo Maldini sull’offerta ricevuta dalla società perché un Maldini è garanzia di serietà e di dedizione e, a questo punto, di legame con un passato che non si può né si deve rinnegare, ma rinnovare. Anche se l’esperienza potrebbe essere carente in questo ruolo la personalità, l’intelligenza e il suo personale prestigio sono garanzia di una considerazione che farà valere ogni suo passo in questa nuova avventura, sempre che decida di sposare il progetto. Paolo sarebbe così il legame tra la storia gloriosa, il passato, e il futuro che deve vedere il Milan tornare protagonista. Senza di lui invece, credo che tutto sarebbe più difficile, più asettico, più speculativo. Sarebbe senza cuore, un vero cuore rossonero.

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