Milan: la ricerca della chiarezza ma non a discapito dei tifosi

Fabio Conte 3

Che cosa direste voi se il Presidente del Consiglio invece che al Senato ieri si fosse presentato in Vaticano?

Cosa pensereste se il Papa in visita a Milano invece che al Duomo andasse a far shopping? E con un esempio un po’ più profano, come reagireste se il vostro direttore di banca vi convocasse al bar per discutere del mutuo? Senza specificare il bar per di più. Insomma cosa devono pensare i tifosi milanisti del Presidente Yonghong Li che, arrivato a Milano, non è andato in sede, alla sede della società che lui presiede, non ha incontrato l’amministratore delegato Fassone, colui che fa le sue veci da un anno e mezzo, non ha convocato la stampa per spiegare, chiarire, delucidare come poter rispondere alle richieste dell’Uefa e alle perplessità di tutto il mondo calcistico? Personalmente penso male. Penso che la situazione sia ingarbugliata, oscura e ambigua e non è una novità. E oscuro e misterioso è stato anche il giro per Milano di mister Li, che non si sa chi abbia incontrato e se sia riuscito a trovare un modo per accedere a un rifinanziamento del debito, ammesso che sia venuto per questo e non per affrancarsi da tutto l’affare.

Quando un inviato della Gazzetta era andato a cercare la sede delle società di mister Li, non aveva trovato che un citofono e una sede vuota e sfitta. Lo stesso risultato l’aveva ottenuto il New York Times, mesi dopo, documentandolo con qualche foto. Ma qualche società a nome di Yonghong Li deve esistere in Cina visto che le istanze di fallimento e le relative multe sono state notificate dai tribunali cinesi. Qualche viaggio in Cina Fassone l’ha fatto, il primo a novembre 2016 prima di uno dei tanti “quasi closing” ma non ha mai detto dove andasse, descritto quale realtà abbia trovato, rassicurato, se non con frasi di circostanza sul reale potenziale dell’uomo d’affari orientale. La recente inchiesta della trasmissione televisiva Report ha fatto emergere una serie di scatole, guarda un po’, cinesi, di società offshore e paradisi fiscali che lasciano aperti dubbi, illazioni e avvalorano le richieste di chiarimenti dell’Uefa. Al netto di un taglio che non riesce a essere del tutto neutrale e obiettivo – che c’entravano la Minetti e le olgettine??- il servizio mostrava come le triangolazioni internazionali, pur se prassi usata anche da altri, sia un modo equivoco con cui si sono fatte arrivare grosse trance del pagamento per l’acquisizione della società rossonera. A fronte della nebulosità delle sostanze reali dell’azionista di riferimento, mi sembra comprensibile che l’Uefa segua una linea severa, visto che in realtà non si sa da dove arrivino realmente questi capitali. Ora, qualche idea in Italia ce la siamo fatta, come faceva trasparire nettamente Report, e al di là di chi ci potrebbe essere dietro questa transazione, in linea generale l’organo del calcio europeo non può rischiare di far passare un precedente che permetterebbe a chiunque di riciclare danaro di non certa provenienza investendo sul calcio. Aggiungiamo l’insofferenza e la diffidenza dei funzionari europei sugli accorgimenti italiani e, al contrario, l’accettazione e la tolleranza sugli stratagemmi finanziari di alcune potenti società calcistiche estere. Questo atteggiamento e queste considerazioni dovevano essere previste da Fassone, che forse ha affrontato in modo troppo blando e lineare le richieste per il voluntary agreement prima e per il settlement agreement poi. E adesso sarà difficile, anche per i tempi stretti, uscirne in maniera dignitosa e, soprattutto, senza penalità.

Una penalità che peserebbe soprattutto sui tifosi rossoneri, incolpevoli spettatori di questa farsa, che probabilmente ha radici profonde negli ultimi anni di gestione della società. A questo, forse, dovrebbe pensare l’Uefa con le sue sanzioni: a colpire i responsabili di oggi o di ieri e non la passione dei tifosi, e non il Milan.

RIPRODUZIONE RISERVATA

5,833 Visite totali, 2 visite odierne

Commenti

commenti